Usa, lavoro brilla ancora. Mercati entusiasti

5 Agosto 2016, di Daniele Chicca

NEW YORK (WSI) – Gli Stati Uniti hanno creato molti più posti di lavoro del previsto negli ultimi due mesi: dopo la sorpresa positiva di giugno, in luglio sono state 255 mila le unità lavorative create. Il tasso di disoccupazione è rimasto invariato al 4,9%. Gli analisti interpellati dalle agenzie Thomson Reuters e Bloomberg prevedevano in media che il mese scorso fossero stati creati 180mila posti di lavoro in Usa.

Le aziende assumono nonostante i segnali di frenata dell’economia e ora aumentano le chance che la Federal Reserve possa alzare i tassi entro la fine dell’anno, probabilmente già a settembre. L’unico settore che non ha visto un incremento delle assunzioni è stato quello energetico, dove è da ormai un anno che le società licenziano nell’ambito di piani di riduzione dei costi per sopperire al tonfo delle quotazioni del petrolio.

I salari orari sono saliti dello 0,3% a 25,69 dollari, con l’incremento su 12 mesi che si è mantenuto al 2,6%, i massimi nel periodo post recessione. La media di ore lavorate a settimana è aumentata a 34,5 ore, non lontano dai massimi post crisi, ossia degli ultimi otto anni.

A parte l’eccezione rappresentata dal balzo di giugno e luglio, nonostante si trovi sui massimi post crisi il mercato del lavoro non presenta un andamento del tutto confortante negli Stati Uniti. Anzi, la crescita è in frenata se si prende nel suo complesso la media nel 2016 e questo pesa sul ritmo della crescita della prima economia al mondo. Lo dicono i numeri non qualche analista o guru ribassista.

I due problemi principali del mercato del lavoro Usa

I problemi principali del mercato del lavoro americano sono due: il primo è quello dei salari, che non riescono a crescere con una certa costanza da diversi anni e che a dire il vero non hanno avuto troppo slancio nemmeno nei tanto decantati rapporto governativi di giugno e luglio. Il secondo riguarda l’offerta.

Siamo alla fine di un ciclo di espansione dei posti di lavoro che ormai dura da otto anni ed è fisiologicamente sempre più difficile trovare persone qualificate adatte alle offerte rimaste. Il tasso di partecipazione alla forza lavoro è ai minimi dal 1977 non aiuta le cose.

Secondo Peter Boockvar, chief market analyst di Lindsey Group, è palese come il rallentamento del tasso di crescita dei posti di lavoro vista nella prima parte dell’anno negli Stati Uniti è l’inizio di una tendenza e non invece un’anomalia.

Il dato di giugno di +287.000 unità, poi rivisto al rialzo a +292 mila, ha portato entusiasmo, ma ha alzato la media di tre mesi a soli 147 mila unità create in Usa e la media dei sei mesi a quota 172 mila: si tratta di un rallentamento netto rispetto alla media di 229.000 vista nel 2015 e di 251.000 nel 2014. Tenendo conto dei dati di luglio, la media degli ultimi dodici mesi è salita a 204 mila.

Sui mercati l’azionario (segui live blog) estende i guadagni, mentre sul Forex spicca il gran balzo del dollaro. L’euro valeva $1,1150 prima della pubblicazione del report forte di un progresso dello 0,15%, ora il dollaro guadagna terreno nei confronti di tutte le principali valute rivali. Bene anche l’andamento dei futures sui principali indici della Borsa Usa che si rafforzano ulteriormente: il contratto sul Dow Jones avanza di 100 punti.

Attenzione però che l’entusiasmo di chi fa trading in Borsa potrebbe presto spegnersi: I re dei Bond Jeff Gundlach e Bill Gross, il chief strategist di Goldman Sachs Peter Oppenheimer e persino l’indicatore strategico di investimento preferito da Warren Buffet, dicono che la corsa dei titoli azionari non durerà a lungo.