Ultimatum Bce, BPM e BP sotto attacco. Salta fusione?

18 Marzo 2016, di Laura Naka Antonelli

ROMA (WSI) – I problemi delle banche italiane tornano sotto i riflettori, sulla scia di rumor di mercato e delle continue incognite sul loro futuro, in particolare sulla gestione del problema delle loro sofferenze. E’ di nuovo fuga degli investitori dal settore, con i titoli delle banche sotto attacco. Vittima illustre è sicuramente Banco Popolare (BP), che paga le voci sempre più insistenti di un flop del piano di fusione con Banca Popolare di Milano (BPM).

L’integrazione tra le due banche è a rischio, e i mercati hanno penalizzato soprattutto BP, con perdite che sono state -15% circa nelle contrattazioni di ieri, dopo l’arrivo della lettera della Bce. Tant’è che la Consob ha disposto il divieto di short selling, ovvero di vendite allo scoperto, sul titolo, per l’intera seduta odierna.

Da un comunicato stampa di BPM, diffuso su richiesta della Consob, emerge quanto la Bce stia condizionando l’esito del piano di fusione e quanto proprio la sua lettera abbia le caretteristiche di un ultimatum. Nel comunicato si legge che BPM convocherà il consiglio di gestione della banca:

“quanto prima e comunque non oltre il prossimo martedì 22 marzo” 2016 in relazione alla comunicazione ricevuta dalla Bce lo scorso 16 marzo scorso, nel contesto di interlocuzioni preliminari, sulla potenziale operazione di aggregazione tra Bpm e Banco Popolare. All’esito del consiglio di gestione, Bpm “provvederà a informare senza indugio il mercato”.

Resa nota la comunicazione della Bce, che:

“ha richiesto alle parti di trasmettere alla stessa entro un mese un piano industriale pluriennale nonché bozza dello statuto della società risultante dalla potenziale operazione di fusione”.

Diramato un comunicato praticamente identico anche da parte di Banco Popolare, che annuncia la convocazione del proprio cda “quanto prima e comunque non oltre il 22 marzo”. In entrambi i comunicati si legge che la Bce:

“ha evidenziato che, qualora fosse realizzata l’operazione, la società risultante dalla fusione, che diverrebbe la terza banca del Paese, coerentemente con il ruolo che andrebbe a coprire nel mercato italiano, dovrebbe avere sin dall’inizio una forte posizione in termini di capitale e qualità degli asset, anche per il tramite di appropriate ‘capital action’“. Sulla governance, si legge che la Bce “ha indicato che il soggetto risultante dall’eventuale operazione di aggregazione dovrebbe tener conto delle migliori prassi volte ad assicurare una governance chiara ed efficiente, in particolare in relazione al funzionamento degli organi sociali (assemblea, consiglio di amministrazione e comitato esecutivo)”.

E ancora:

“nell’ambito della potenziale operazione, non potrà essere previsto il rilascio di nuove licenze bancarie in relazione a soggetti diversi da quello risultante dalla potenziale operazione di aggregazione”.

Vale la pena di prestare attenzione alla frase in cui la Bce invita le due banche, che puntano a dar vita alla terza banca in Italia, ad avere fin dall’inizio una forte posizione in termini di capitale e qualità degli asset. Negli ultimi giorni si sono accavallate indiscrezioni proprio sulla necessità per i due istituti di dare il via a eventuali operazioni di aumento di capitale per rafforzare il capitale delle banche. Ma il numero uno di BPM, Giuseppe Castagna, aveva rassicurato più volte i soci di BPM su una fusione che non avrebbe comportato operazioni di aumenti di capitale e anche l’istituto di Verona, per bocca dello stesso amministratore delegato Pier Francesco Saviotti, aveva ribadito lo scorso 12 febbraio:

“Non ci sarà mai un aumento di capitale per questa operazione”.

E invece il nodo sarebbe alla fine proprio questo. Dunque, le indiscrezioni di stampa degli ultimi giorni sembrano essere tutte confermate.

A questo punto, Castagna e Saviotti avranno capito, forse, che il nulla osta della Bce non solo non è scontato, ma è anche a rischio. La Bce sarebbe preoccupata, in particolare, per la gestione delle sofferenze che ammonterebbero a ben 8 miliardi.

E’ possibile dunque che alla fine si profili lo scenario già descritto nelle ultime ore: il ritorno dell’ex numero uno di Banca Popolare di Milano, Andrea Bonomi, che decreterebbe la fine dell’era Castagna presso la banca.

Proprio Giuseppe Castagna, tra l’altro, è il registra dell’operazione di fusione con col Banco Popolare. Operazione che viene vista sempre più improbabile.