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Terza guerra mondiale: ecco chi può ordinare l’attacco nucleare

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In tempi che sembrano farsi sempre più ostili tra gli USA e Pyongyang, la Russia di Putin che sembra voler intervenire in Nord Corea e la Cina che rimane per ora sorniona, è forse utile cercare di capire come potrebbero andare le cose nel caso in cui la situazione degenerasse verso un terzo scenario apocalittico.

Se gli interessi di molteplici parti entrassero in gioco e si andasse verso il terzo conflitto mondiale, ecco chi potrebbe ordinare un attacco nucleare.

Donald Trump, presidente degli Stati Uniti, può può ordinare un attacco nucleare senza chiedere l’autorizzazione a nessuno; neanche al Congresso. A onor del vero, va però segnalato che il Senato americano sta iniziando a considerare l’ipotesi di limitare questo potere infinito in mano al presidente. Come spiega Bloomberg, Trump, al pari dei suoi predecessori, ha l’autorità costituzionale per ordinare l’azione militare nucleare tramite una procedura relativamente diretta e immediata, dove possono passare meno di cinque minuti dall’ordine esecutivo fino al lancio delle testate.

Ma ci sono almeno altri otto Stati nel mondo che possono ordinare un attacco nucleare: cinque di essi hanno aderito al Trattato di non proliferazione atomica (NPT) e sono membri permanenti del Consiglio di Sicurezza ONU (USA, Regno Unito, Federazione Russa, Cina e Francia).

A questi, si aggiungono India, Pakistan e Corea del Nord; tutti e tre hanno siglato il Trattato ma hanno condotto test nucleari. Poi c’è anche Israele, che non ha mai confermato ufficialmente di essere in possesso della cosiddetta “arma finale” ma vanterebbe un’ottantina di testate.

Entrando più nel dettaglio, vediamo che la Russia, a partire dagli ’70, si è dotata di un sistema per poter rispondere ad un eventuale attacco nucleare in meno di sette minuti. L’ultima parola spetta anche in questo caso al Presidente della Federazione Russa, ovvero Vladimir Putin, che è il vertice del comitato nucleare SNF.

Nel Regno Unito, invece, la scelta spetta al Primo Ministro o al suo vice, nel caso in cui il premier si trovasse all’estero nel fatidico momento, come indica la BBC. Durante tutto il processo decisionale sono coinvolti anche il procuratore generale e il presidente del comitato di intelligence congiunta.

In Francia la questione è riemersa nel dibattito pubblico durante le ultime elezioni presidenziali; alla vigilia del secondo turno, infatti, François Hollande ha chiesto agli elettori di pensare se era il caso di affidare l’arsenale nucleare a Marine Le Pen, rivale di Emmanuel Macron. Una dichiarazione simile ad un avvertimento.

Anche qui, come negli Stati Uniti, l’ordine di ingaggio è responsabilità di una sola persona: il Presidente della Repubblica. Questo è scritto nella Costituzione che specifica come il Capo dello Stato sia al vertice dell’esercito, e del Consiglio di Difesa e Sicurezza Nazionale.

La Cina, da parte sua, si rivela una zona d’ombra come in molte altre cose. Si sa poco del protocollo nucleare cinese: la Commissione Militare Centrale (o forse solamente il suo presidente) ha l’autorità per autorizzare il lancio.

Gli 11 membri della Commissione sono alti generali e alti funzionari del partito e il suo presidente è il Segretario Generale del Partito Comunista Cinese, Xi Jinping, ma non si sa se le sue recenti riforme abbiano modificato questo assetto.

Ci spostiamo poi in India, dove Narendra Modi, primo ministro indiano, è colui che ha “il dito sul pulsante nucleare” del paese. Presiede il “consiglio politico” dell’Autorità di Comando Nucleare (Nuclear Command Authority – NCA) ed è l’unico organo che può “autorizzare” un attacco nucleare contro un avversario, in ritorsione. Ma la decisione finale e l’onere di premere il pulsante spetta comunque al premier.

Simile all’India la situazione del Pakistan: il primo ministro è anche capo dell’NCA, che conta 10 membri. La decisione è collegiale e al chairman, nel nostro caso il premier Shahid Khaqan Abbasi, spetta il voto finale.

Lo Stato ebraico di Israele, invece, non ha mai ammesso ufficialmente e pubblicamente l’esistenza del suo arsenale nucleare, e non ha mai aderito al Trattato di Non Proliferazione.

Per dedurre al potenza nucleare possiamo però affidarci alle volte in cui si è corso il drammatico rischio di averne prova concreta: nel 1973, durante la guerra dello Yom Kippur, Golda Meir decisero di mettere in pre-allerta degli F4 armati con otto testate nucleari; l’allerta atomica scattò anche durante la prima Guerra del Golfo del 1991 e durante la seconda, nel 2003, quando Ariel Sharon avvertì che Israele avrebbe reagito “in caso i nostri cittadini vengano attaccati da un’arma di distruzione di massa, chimica, biologica o in caso di attacco terroristico su larga scala”.

Sebbene le informazioni pubbliche sulle politiche nucleari israeliane siano praticamente inesistenti, molti esperti hanno suggerito che l’arsenale atomico in possesso dal Paese non sia controllato da una sola persona, ma soggetto ad un “sistema di stretto controllo civile” da parte di alcuni ufficiali dell’esecutivo, sotto la diretta responsabilità del primo ministro. Un giornalista nel 1991 scrisse che nessuna testata può essere lanciata senza l’approvazione del premier, del ministro della difesa e del capo del personale militare. L’obbligo della collegialità decisionale è anche indicata da uno studio del British American Security Information Council e dall’Università di Birmingham.

Chiudiamo, infine, con la Corea del Nord.

Negli ultimi 11 anni la Corea del Nord ha effettuato con successo sei test nucleari. La magnitudo registrata in ciascuna di queste occasioni mostra come la potenza degli ordigni fatti detonare sia stata crescente. Tecnicamente quindi è in possesso della bomba atomica, anche se non c’è certezza sulla reale capacità del governo di Pyongyan di montare l’ordigno su dei missili a lunga gittata; il Hwasong-14 comunque, missile balistico in possesso del regime, può in teoria viaggiare per oltre 10mila chilometri.

La decisione finale, c’è da aspettarselo, spetta unicamente al dittatore Kim Jong-Un ma tutto dipende dall’abilità della Corea del Nord di produrre ordigni piccoli abbastanza da entrare in un missile. Esperti indipendenti ritengono che il Paese abbia uranio sufficiente per produrre almeno sei nuove bombe nucleari all’anno.