Svezia e welfare: modello anti crisi esportabile in Italia?

16 Agosto 2016, di Daniele Chicca

NEW YORK (WSI) – Italia e Svezia sono agli antipodi della scala economica e sociale occidentale degli ultimi dieci anni. Mentre il debito pubblico italiano toccava un nuovo record a 2.250 miliardi di euro, l’ennesima prova di come le generazioni future sono destinate a pagare per gli errori e gli sprechi dei loro genitori e nonni, il McKinsey Global Institute ha stilato un nuovo rapporto sull’impoverimento generazionale, da cui emerge come il reddito dei giovani è crollato negli anni post crisi.

Lo studio esalta invece il modello economico e sociale della Svezia, definendolo l’antidoto ideale alla regressione del tenore di vita che caratterizza le economie industrializzate. Il nostro paese risulta invece il peggiore di tutto l’Occidente se ci si basa sulla prova economica misurata nell’arco di un decennio.

“Ad una estremità c’è l’Italia dove i redditi sono rimasti fermi o sono diminuiti per la quasi totalità della popolazione. Al polo opposto c’è la Svezia dove solo il 20% della popolazione ha avuto i propri redditi bloccati o ridotti” dice il rapporto. A questo punto c’è da chiedersi se il modello tanto decantato della sicurezza sociale granitica in un mercato del lavoro flessibile è esportabile anche da noi.

Il rapporto si concentra sull’ineguaglianza di “redditi di mercato”, ossia senza tenere conto nei calcoli degli effetti che hanno ammortizzatori sociali, tasse e altre politiche pubbliche sui bilanci delle famiglie. Se si guarda ai “redditi disponibili”, ossia ciò che rimane in tasca ai cittadini dopo aver messo in regolare le proprie posizioni con il fisco e aver usufruito dell’eventuale appoggio del Welfare, si scopre che il gap tra Svezia e Italia si amplia ulteriormente.

Il ristagno o impoverimento decennale passa dal 97% fino a quasi il 100% degli italiani. Mentre per gli svedesi si scende dal 20% al 2% della popolazione bloccata o impoverita“, osserva il quotidiano La Repubblica, che ha pubblicato i risultati della ricerca. “Eppure tutti i paesi esaminati nell’indagine (Nordamerica ed Europa occidentale) hanno subito lo stesso shock esterno: dopo la crisi finanziaria globale del 2008 il Pil si è ridotto in tutte le economie senza eccezione“.

Il modello della Svezia si basa sui rapporti di forze sociali. “Il 68% dei lavoratori svedesi sono sindacalizzati” un record in tutto l’Occidente. Ma i sindacati sono efficienti e fanno gli interessi della gente, non hanno la tendenza a comportarsi come corporazioni antiquate come succede invece da noi.

Salari saliti insieme a profitti aziende

I sindacati hanno spostato dalla loro parte la distribuzione nazionale del reddito, la ripartizione della quota tra profitti e salari. È un tema centrale, perché nell’insieme dell’Occidente questo è un periodo dominato da una dinamica del tutto opposta: “Gli utili delle imprese sono saliti ai record degli ultimi tre decenni, +30% rispetto al 1980″, dice lo studio, mentre i salari non hanno seguito lo stesso trend.

Il rapporto dell’istituto ritorna sulla lotta tra la scuola di pensiero austriaca e quella keynesiana, tra il libero mercato e l’economia a sostegno statale più attenta alle dinamiche “sociali”. Sono messe a confronto due ideologie completamente opposte. Secondo il neoliberismo le disuguaglianze tra ricchi e resto della società non contano: si parte dal presupposto che “quando sale la marea alza tutti i battelli, grandi e piccoli”.

L’altra – che è stata enunciata da Thomas Piketty nel suo libero di grande successo sul Capitale e le disuguaglianze – ritiene che un divario troppo grande tra ricchi e poveri contribuisce alla “stagnazione secolare” bloccando la crescita. Il Rapporto della società McKinsey, non certo un think tank di sinistra essendo una società di consulenza per imprese, si schiera a sorpresa dalla parte di Piketty e non di Milton Friedman.

Il modello della Svezia, secondo lo studio, contiene diversi ingredienti che si riconducono all’importanza dell’intervento pubblico. Nel paese scandinavo però tutti hanno una responsabilità civile diversa dalla nostra. Tutti pagano le tasse – più basse rispetto all’Italia – perché viene percepito come un dovere. Questo impegno pubblico viene ripagato con un’economia e un mercato del lavoro “sani” e in crescita, che non creano povertà in periodi di crisi.

Svezia non ha l’euro e ha bilancio più solido

I cittadini si sentono supportati dallo Stato. Ci sono norme che sono state pensate per “proteggere i salari”. Così come nessun governo italiano durante il periodo della crisi ha pensato o è riuscito a farlo, allo stesso modo dopo l’introduzione dell’euro nessuna autorità politica ha pensato che fosse il caso di proteggere i consumatori. 

Quando è scoppiata la crisi finanziaria mondiale, le autorità in Svezia hanno invece “operato d’intesa con i sindacati per raggiungere accordi di riduzione temporanea degli orari di lavoro, in alternativa ai licenziamenti, in modo da mantenere alti livelli di occupazione”. Sono state “aumentate le assunzioni con contratti a tempo determinato nei servizi pubblici”, sempre al fine di contrastare l’aumento della disoccupazione.

Il risultato? “Sono stati ridotti gli oneri sociali e il cuneo fiscale per le imprese. Sono stati offerti incentivi fiscali per le assunzioni di giovani e disoccupati di lungo periodo”. Va sottolineato tuttavia come il rapporto di McKinsey non tenga colto delle ultime misure di sgravio fiscale introdotte in ordine di tempo, perché fa riferimento prevalentemente ai dati a disposizione sull’arco i tempo 2005-2014.

Il rapporto di McKinsey non dice però che le politiche keynesiane di successo della Svezia sono rese possibili dal fatto che il governo ha una maggiore autonomia nelle decisioni di bilancio neo-keynesiane, dal momento che è slegata dall’Eurozona. La Svezia, che partiva già prima della crisi con una situazione di bilancio più solida della nostra con Pil al 40% del debito, ha detto no all’euro con un referendum del 2003.