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Fed, Warsh cambia il copione: tassi fermi, ma torna l’ipotesi di una stretta entro l’anno

Nessuna sorpresa dai tassi Usa. Come ampiamente previsto dai mercati e dagli analisti, la FED, nella prima riunione guidata dal neo presidente Kevin Warsh, ha lasciato i tassi invariati nella forchetta compresa tra il 4,25% e il 4,50%. A sorprendere non è stata la mossa di politica monetaria, dunque, ma il segnale lanciato dal board: l’ipotesi di una nuova stretta non è più fuori dal radar.

Le nuove proiezioni del Federal Open Market Committee mostrano infatti una Fed più divisa ma anche più prudente sul percorso futuro dei tassi. Nove dei diciotto membri vedono almeno un rialzo entro il prossimo anno, contro lo zero registrato nelle stime di marzo. Otto componenti ritengono invece possibile mantenere il costo del denaro invariato, mentre soltanto uno continua a scommettere su un taglio.

Comunicato snello e addio alle certezze preconfezionate

Novità rilevanti rispetto all’era di Jerome Powell sono emerse sul fronte della comunicazione. La nota finale della riunione è stato ridotto a quattro soli paragrafi, rispetto ai documenti più articolati del passato.

Nella conferenza stampa di debutto, Warsh ha sottolineato la necessità di rendere la Fed più agile e meno vincolata a percorsi prestabiliti. Da qui la scelta di superare progressivamente la forward guidance, lo strumento che negli ultimi anni aveva consentito alla banca centrale di orientare in anticipo le aspettative degli investitori.

Per accompagnare la revisione strategica sono state istituite cinque task force dedicate ai principali dossier dell’istituto, dal bilancio da 6.700 miliardi di dollari fino alla comunicazione. Un tema, quest’ultimo, particolarmente caro a Warsh, convinto che l’eccesso di dichiarazioni pubbliche dei governatori finisca spesso per limitare la flessibilità della politica monetaria.

Inflazione ancora sopra il target

La prudenza della Fed nasce da un quadro economico che continua a presentare segnali contrastanti. Da un lato, l’economia americana mantiene una crescita positiva e il mercato del lavoro conserva una discreta capacità di tenuta. Dall’altro, l’inflazione resta lontana dall’obiettivo del 2%.

Le stime aggiornate della banca centrale indicano per quest’anno un’inflazione al 3,6%, alimentata soprattutto dalle tensioni energetiche legate alla crisi mediorientale. Un livello che impone cautela: un eventuale rialzo dei tassi contribuirebbe a raffreddare i prezzi ma rischierebbe di pesare su un ciclo economico già in fase di rallentamento.

Warsh ha cercato di smarcarsi dalla narrazione, spesso evocata negli ultimi mesi, di una Fed costretta a scegliere tra stabilità dei prezzi e occupazione. Per il nuovo presidente, i due obiettivi non sono necessariamente in conflitto e la politica monetaria deve evitare automatismi.

Cosa dicono gli analisti

Secondo Richard Flax, Chief Investment Officer di Moneyfarm, la decisione di lasciare invariato il costo del denaro riflette una lettura realistica del quadro macroeconomico.

“L’economia statunitense continua a mostrare una buona tenuta, il mercato del lavoro resta solido e l’inflazione, pur rimanendo sopra l’obiettivo della Fed, appare sempre più influenzata dai prezzi energetici piuttosto che da una pressione diffusa della domanda”, osserva Flax.

In questo contesto, aggiunge, “una pausa era l’esito più atteso”. La banca centrale preferisce attendere ulteriori evidenze per capire se il recente rialzo dell’inflazione abbia carattere temporaneo, anche considerando che le quotazioni del petrolio hanno già corretto rispetto ai picchi delle scorse settimane.

Per Flax il vero elemento di novità è però il cambio di tono della Fed. “I mercati hanno progressivamente ridimensionato le aspettative di tagli dei tassi nel breve termine e la Fed guidata da Warsh potrebbe accompagnare questa evoluzione adottando un approccio più neutrale”, senza fornire indicazioni esplicite verso un imminente allentamento monetario.

La sfida resta complessa. Nel breve periodo, spiega il Cio di Moneyfarm, il ciclo di investimenti legato all’intelligenza artificiale e alle infrastrutture potrebbe esercitare nuove pressioni inflazionistiche attraverso una maggiore domanda di lavoro, materie prime ed energia. Nel lungo termine, invece, la diffusione delle nuove tecnologie potrebbe favorire un aumento della produttività e contribuire a ridurre le pressioni sui prezzi.

Per questo motivo, conclude Flax, “il mantenimento degli attuali livelli dei tassi non va interpretato come un segnale di indecisione”, ma come il riconoscimento che “la politica monetaria si trova già in territorio sufficientemente restrittivo”. In assenza di un rallentamento più marcato dell’economia o di un calo più convincente dell’inflazione, “è probabile che la Fed mantenga un atteggiamento prudente e attendista ancora per diversi mesi”.

Tra gli analisti c’è chi si dice scettico sull’ipotesi che la Fed possa davvero procedere a una nuova stretta.

Jay Hatfield, chief executive e chief investment officer di Infrastructure Capital Advisors, interpreta il comunicato e il dot plot come un messaggio formalmente “hawkish”, ma ritiene che il mercato stia sopravvalutando il peso delle proiezioni più aggressive. Secondo Hatfield, molti dei punti che indicano tassi più alti provengono dai presidenti delle Fed regionali, tradizionalmente più rigorosi sul fronte dell’inflazione. Per questo considera poco probabile un rialzo effettivo, soprattutto dopo il recente calo delle quotazioni petrolifere.

La sua previsione resta quella di tre tagli dei tassi nei prossimi dodici mesi, favoriti dal raffreddamento dei prezzi dell’energia, dal progressivo assorbimento dell’impatto dei dazi e dal rallentamento dell’inflazione immobiliare.

Trump promuove Warsh

Nel frattempo, Donald Trump, impegnato nel G7 di Évian-les-Bains, ha accolto positivamente il debutto del nuovo presidente della Fed. Il presidente americano ha giudicato appropriata la scelta di mantenere invariato il costo del denaro, manifestando fiducia nella guida di Warsh. Un sostegno che arriva in una fase delicata per il nuovo numero uno della banca centrale, chiamato a dimostrare autonomia e credibilità dopo una nomina fortemente sponsorizzata dalla Casa Bianca.

“Va bene che la Fed abbia lasciato i tassi invariati ma alzarsi sarebbe difficile da credere. E’ una situazione che frena il Paese ed è davvero insolita, ma ora c’è una persona molto valida al comando, quindi mi affido alle sue decisioni”, ha detto il presidente Usa dall’Europa, dove è impegnato nel G7, mostrando così il sostegno a un Warsh appena entrato in carica e che deve guadagnarsi la fiducia del mercato. Interrogato sul rapporto con Trump, Warsh ha preferito non alimentare il dibattito politico, mantenendo una linea di assoluta prudenza.

Wall Street gira in rosso

I mercati hanno letto il messaggio della Fed come meno accomodante del previsto. Dopo una giornata di attesa e prudenza, ieri i listini hanno accelerato al ribasso una volta assimilate le nuove proiezioni sui tassi.

Il Dow Jones ha chiuso in calo dello 0,98% a 51.493 punti, dopo aver toccato in giornata un nuovo massimo storico a 52.281 punti. L’S&P 500 ha perso l’1,21% a 7.420 punti, mentre il Nasdaq ha ceduto l’1,34% a 26.022 punti.