Spread, cosa succede se sale ancora

22 Aprile 2020, di Alberto Battaglia

Ogni volta che la sostenibilità del debito pubblico italiano o la permanenza dell’Italia nell’euro vendono rimesse in dubbio torna ad aleggiare la temuta parola: spread. Oggi il differenziale tra Btp e Bund si trova a quota 270 punti ma a metà febbraio il suo valore era di 135. Comunque ancora lontano dai valori visti il 9 novembre 2011 quando lo spread toccò il suo record a 574 punti.

Divenuto ormai da tempo un concetto di cui la politica si è appropriata per sostenere tesi diametralmente opposte, è importante, oggi più che mai, aver chiaro che cos’è, cosa esprime e quali conseguenze produce una variazione dello spread.
L’importanza dell’argomento è amplificata dal prevedibile aumento del debito pubblico italiano di qui ai prossimi mesi; una conseguenza ineludibile dell’incremento di spesa pubblica necessario a mitigare le conseguenze del crollo produttivo dovuto all’emergenza coronavirus.

L’incremento del peso del debito sul Pil non potrà che moltiplicare, in futuro, l’esposizione dello stato italiano e delle sue decisioni allo spread.

Che cos’è lo spread (e cosa esprime)

Per prima cosa, un ripasso sulle definizioni. Lo spread è la differenza fra due grandezze: nel caso ormai diventato di gergo comune esso si riferisce alla differenza fa il tasso d’interesse pagato dallo stato tedesco sui titoli a scadenza decennale e quello pagato dallo stato italiano sui suoi Btp di pari durata. Il valore dello spread si esprime in punti base: 100 punti base equivalgono a una differenza di un punto percentuale fra i due tassi.

Che cosa esprime un allargamento dello spread Btp-bund? Generalmente, si tratta di un aumento dei tassi d’interesse sui titoli italiani di nuova emissione. Chiamare in causa il confronto con i titoli tedeschi è utile a verificare se l’aumento dei tassi riguarda in modo più pronunciato l’Italia rispetto al Paese ritenuto più solido d’Europa.

Un’impennata dello spread esprime, dunque, un aumento del rischio specifico dello stato italiano (questo perché, in condizioni normali, i tassi sul debito pubblico all’interno dell’Eurozona dovrebbero muoversi più o meno nella stessa direzione).

Alcune conseguenze di un aumento dello spread

 

  • Conseguenze per lo stato. L’aumento dello spread, qualora sia dettato principalmente da un aumento dei tassi d’interesse italiani e non da un calo anomalo di quelli tedeschi (come avvenuto di norma finora), porta con sé tutte le conseguenze di un incremento dei costi sull’emissione di nuovo debito pubblico. Pertanto, se lo stato italiano è costretto a finanziarsi in condizioni di elevato spread dovrà mettere in conto di pagare agli investitori interessi più cospicui. Questo implica un maggiore esborso per il pagamento degli interessi nel tempo che riduce, in particolar modo in condizioni di deficit limitato, le risorse disponibili per le altre spese cui lo stato deve fare fronte: investimenti, trasferimenti, servizi e così via. Sotto questo profilo, beneficiare di uno spread basso, consente con più facilità di abbassare nel tempo il debito accumulato in precedenza e di fare maggiori spese correnti (aspetto che sarà assai rilevante durante e dopo la crisi coronavirus). Anche per questo, la Bce ha deciso di incrementare con decisione il suo piano di acquisti di titoli di stato sul mercato secondario, così da rendere più agevole il reperimento degli investitori nelle nuove aste dei titoli dei vari Paesi.
  • Conseguenze per banche e famiglie. L’aumento dello spread, tuttavia, ha anche conseguenze non solo per l’emittente di titoli di stato, ma anche per i sottoscrittori del debito pubblico: famiglie, ma soprattutto istituzioni finanziarie. L’incremento dei tassi d’interesse, infatti, riduce il prezzo dei titoli di stato già in circolazione (prezzo e interesse delle obbligazioni sono inversamente correlati).
    Questo significa che, ad esempio, se una famiglia si trova nella necessità di dover vendere il proprio Btp prima della scadenza, dovrebbe scontare una perdita, nel caso lo spread risulti superiore rispetto al momento dell’emissione del titolo. Come è facile notare dall’andamento negativo delle azioni bancarie ogni volta che lo spread sale con forza, sono le banche a risentire maggiormente delle fluttuazioni dei tassi d’interesse sui titoli di stato italiani. Questo avviene, in primo luogo, perché (a fine 2019) le banche italiane detenevano oltre il 26% del debito pubblico italiano. Famiglie e imprese italiane, per fare un confronto posseggono una quota limitata al 5,8%. Se scende il prezzo dei titoli di stato in possesso delle banche italiane, queste ultime perdono valore in portafoglio e gli investitori “prezzano” tale perdita anche sul mercato azionario (vendendo titoli bancari).
    Questo fenomeno cambia anche il comportamento delle banche. Come ha spesso sottolineato l’Associazione bancaria italiana, l’aumento dello spread si è tradotto indirettamente in una riduzione del flusso del credito e in un aumento dei costi sui nuovi prestiti. Non si tratta di un collegamento diretto in quanto il costo dei mutui, non è direttamente basato sui tassi dei titoli di stato. La sostanza, però, è che il fenomeno spread produce conseguenze anche sull’attività bancaria perché le banche posseggono miliardi e miliardi di debito italiano. Una relazione messa in evidenza anche nei rapporti sulla stabilità finanziaria redatti dalla Banca d’Italia.