Si intensifica propaganda anti Brexit

23 Maggio 2016, di Daniele Chicca

ROMA (WSI) – Non solo il governo britannico e la stampa inglese, ma tutti gli altri governi e media europei stanno affilando le armi della campagna del “terrore” contro l’eventualità di una Brexit. L’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea è riuscita a unire falchi e colombe dell’area europea nella battaglia a colpi di propaganda contro i promotori dell’Out.

Le previsioni del premier David Cameron, che è riuscito a ottenere concessioni dalle autorità di Bruxelles prima del referendum del 23 giugno, in caso di uscita di Londra dalla sfera dell’Europa Unita sono da tragedia greca. Secondo il Tesoro britannico lo scenario di Brexit farebbe sprofondare la terza economia europea in una grave recessione lunga un anno. Anche il numero uno della Banca d’Inghilterra, il canadese Mark Carney, ha avvertito sul rischio che si apra una fase di depressione economica.

Per i promotori dell’Out, le previsioni del Tesoro sono chiaramente di parte. I numeri fatti da Fmi e Ocse, tuttavia, non sono molto più positivi. Se il Regno Unito continuasse a far parte dell’Ue, correrebbe per esempio secondo chi è favore della Brexit come il sindaco uscente di Londra Boris Johnson un rischio maggiore di dover fare i conti le attività di criminali stranieri. I responsabili del ministero dell’Economia si difendono, dicendo che le stime sull’impatto a breve termine si basano su un modello economico testato e affidabile.

Pil potrebbe contrarsi di anche il -6% a breve

Il Pil dell’economia si contrarrebbe del 3,6% in caso di uscita dall’Unione Europea, secondo le stime del Tesoro. Questo è lo scenario più probabile e si confronta con le previsioni ufficiali governative che sono per un incremento del 4,3% entro il 2018.  Il crollo della sterlina avrebbe un impatto deleterio sulle importazioni e i prezzi delle case scenderebbero di circa il 10%. Lo scenario più negativo vede il Pil calare di anche il -6% a breve.

Il segretario del Tesoro George Osbourne ha avvertito che ben 820mila posti di lavoro sarebbe a rischio, in un paese il cui partner principale è l’Europa. Nel lanciare un allarme sul carovita, Cameron ha ricordato che le previsioni – che si basano sull’addio graduale di Londra in due anni di tempo, non sono nemmeno le più pessimiste, ma l’intenzione del governo è palesemente quella di impaurire gli elettori quando manca un mese al voto.

In Europa nel frattempo i giornali, come si vede bene anche nelle prime pagine dei media mainstream italiani, titolano che la Brexit sarebbe uno “choc” che metterebbe in pericolo l’economia mondiale. Sono le affermazioni condivise dai ministri delle Finanze riuniti al G7 di Sendai. I media hanno dato spazio nei giorni scorsi anche alle dichiarazioni incendiarie del leader dei conservatori inglese, secondo cui con la Brexit si rischia addirittura una guerra. “Minaccerà la pace in Europa”, ha detto.

A conclusione della due giorni di riunione in Giappone i banchieri centrali e i ministri delle Finanze dei grandi del mondo sono arrivati alla conclusione che “le incertezze sono aumentate, con i conflitti geopolitici, il terrorismo, il flusso di rifugiati e lo choc di una eventuale uscita dell’Unione Europea complica il clima economico mondiale”.

L’impatto in Italia e Europa

Nonostante i tanti allarmi e strategia della paura da parte delle élite europee, in Italia il popolo vorrebbe potersi esprimere sulla medesima questione: l’appartenza a un’unione continentale su cui non sono mai stati interpellati direttamente. Stando un sondaggio Ipsos Mori dei primi di maggio, il 58% degli italiani vorrebbe infatti che fosse indetto un referendum sull’Italexit, ovvero sul ruolo dell’Italia in Europa.

Dall’America hanno iniziato a fare fuoco anche le armi propagandistiche delle agenzie di rating. Secondo Fitch una serie di secessioni e allargamento degli Spread. L’analisi dell’agenzia, in cui si preannuncia un taglio del giudizio sulla qualità del credito britannico in caso di vittoria dei no alla partnership con l’Ue, si concentra anche sui rischi politici e non solo economici della Brexit per l’Europa.

La Brexit potrebbe innescare altre ‘fuoriuscite’ dall’Ue, a vantaggio dei partiti euroscettici e populisti. Inoltre i timori che altri paesi lascino l’Unione rischierebbe di condizionare negativamente gli spread dei paesi periferici, aumentando i costi di rifinanziamento del debito. Il comunicato di Fitch non fa i nomi dei paesi che rischiano aumenti di differenziale con i bund tedeschi, ma si fa presto a capire che si potrebbe trattare dei soliti noti: Italia, Spagna e Grecia.

In caso di uscita di Londra dall’Unione Europea, inoltre, “si ridurrebbe l’export verso il Regno Unito” e questo avrebbe un impatto sopratutto su Irlanda, Malta, Belgio, Olanda, Cipro e Lussemburgo, principali partner esportatori di beni e servizi Oltremanica per circa l’8% del Pil. Sul fronte finanziario, a risentire di una Brexit sarebbero in particolare Irlanda, Malta, Lussemburgo, Spagna, Francia e Germania, paesi le cui banche hanno forti legami con la Gran Bretagna.