Fmi taglia stime Pil Italia, su banche teme contagio globale

12 Luglio 2016, di Laura Naka Antonelli

ROMA (WSI) – L’ FMI rivede al ribasso le stime sul Pil italiano, sulla scia degli effetti della Brexit ma anche a causa dello spinoso problema delle banche e dei crediti deteriorati. A tal proposito, l’Fmi apre all’opzione di aiuti alle banche, con Rish Goyal, responsabile della missione Fmi per l’Italia, che afferma che “esiste una flessibilità adeguata nell’ambito delle regole esistenti di aiuti di Stato e nel quadro della direttiva BRRD”. Una flessibilità che dovrebbe “permettere la gestione dei problemi”.

Di fatto, “il quadro (normativo) esiste, il quadro (normativo) è capace di gestire (tale situazione). La domanda è in che modo migliore le autorità e le istituzioni Ue debbano dialogare per cercare le migliori soluzioni”. Le speranze sull’arrivo di fondi pubblici per sanare le banche italiane tornano tuttavia a infrangersi anche oggi contro lo scoglio della rigidità europea.

Il numero uno dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem afferma infatti che l’Italia deve rispettare le regole che richiedono che siano i creditori ad accollarsi le perdite di una banca (quelle del bail-in), PRIMA di beneficiare di qualsiasi eventuale operazione di salvataggio (bail-out), mentre in una intervista rilasciata al Corriere della Sera il premier Matteo Renzi parla di accordo vicino (sul ricorso al denaro pubblico). Una carrellata di dichiarazioni che rende il quadro solo più confuso.

Tornando al tema della crescita economica sempre latitante dell’Italia, nel supplemento al report annuale dell’Articolo IV, Washington prevede ora un rialzo del Pil, per quest’anno, inferiore all’1%, rispetto al tasso di crescita dell’1,1% atteso a maggio; L’italia crescerà poi a un tasso pari ad appena l’1% nel 2017, meno del +1,25% previsto in precedenza. L’FMI ha precisato comunque che le nuove previsioni sono preliminari e che i dati finali arriveranno la prossima settimana.

Così l’istituzione motiva il taglio dell’outlook:

“Sebbene stimiamo un proseguimento della ripresa (dalla recente recessione dell’Italia), l’aumento della volatilità sui mercati finanziari e la maggiore incertezza generale potrebbero pesare sulla crescita e sugli investimenti”. Oltre ai problemi della bassa crescita della produttività e degli investimenti, per Washington c’è quello della disoccupazione, con il tasso che rimane superiore all’11%; l’Fmi fa notare inoltre che il livello del debito pubblico è pari a quasi il 133% del Pil, “livello che limita il margine fiscale per rispondere agli choc”. Inoltre, vengono appunto citati i bilanci delle banche, che fanno fronte a un valore “molto alto” di NPL (non-performing loans, ovvero crediti deteriorati)”.

L’economia italiana nel complesso viene definita “modesta e fragile”, e i rischi al ribasso che pesano sulla crescita potrebbero avere un impatto al di là dei confini nazionali dell’Italia. “Gli effetti regionali e globali potrebbero essere significativi, se si considera il peso sistemico dell’Italia“.

Dunque, a dispetto delle rassicurazioni del premier Matteo Renzi, i problemi delle banche italiane rischiano di produrre anche un effetto domino anche se l’istituzione di Washington ammette che i crediti deteriorati si sono apparentemente stabilizzati, incidendo sul totale dei prestiti per il 18% circa. Detto questo, viene riconosciuta anche la presenza di “preoccupazioni sul bail-in a carico degli investitori retail”, questione che “dovrebbe essere affrontata in modo appropriato”.

Riferimento al governo Renzi:

Sebbene il governo abbia messo in atto “uno sforzo per riforme di ampio respiro” per far fronte ai problemi strutturali che ostacolano la crescita italiana, è necessario fare di più. E Goyal incita l’esecutivo: “Crediamo che questo sia un buon momento per approfondire e ampliare”.

Anche perchè dal rapporto emerge anche che la recessione in realtà non ha mai mollato la presa sull’Italia.

“I rischi sono orientati al ribasso, a causa della volatilità dei mercati finanziari, il balzo del numero dei rifugiati, e gli ostacoli che scaturiscono dal rallentamento del commercio globale. Questo sentiero di crescita implica un ritorno ai livelli precedenti la crisi finanziaria globale (2007) soltanto attorno al 2025 e un ampliamento della differenza tra il reddito dell’Italia e quello medio dell’Eurozona, che cresce a un ritmo maggiore”.