Savona: “Italia nella giusta direzione per il bene dell’euro”

14 Gennaio 2019, di Alberto Battaglia

Paolo Savona è ritornato sul tema che da sempre gli è più caro: la riforma dell’Eurozona. In una lettera inviata al direttore de Il Messaggero, il ministro per Rapporti con l’Ue ha ripercorso le critiche che l’Economist ha rivolto all’euro e alla tecnocrazia. L’occasione è il ventesimo anniversario dalla nascita della moneta unica.

In sintesi, il settimanale britannico ha riconosciuto come l’area valutaria comune sia “cucinata in modo insoddisfacente”. E, in particolare, “l’Eurozona dovrebbe avere una qualche politica fiscale centralizzata in funzione anticiclica”, secondo l’Economist, “che includa una spesa per investimenti finalizzata e una comune assicurazione per la disoccupazione”.

Niente di particolarmente nuovo. Ma il supporto politico a qualsiasi riforma ha sempre incontrato resistenze, ancora oggi, fortissime. Savona ha così delineato la sua strategia per favorire una crescita più omogenea fra i vari stati membri dell’Eurozona, anche perché “i cittadini degli Stati indebitati non possono sopportare una stagnazione perpetua“.

“Si voglia o non si voglia, non potrà eludersi l’apertura di un dialogo sulla riforma dell’architettura istituzionale e delle politiche Ue, come richiesto dalla proposta italiana. Non solo per il bene dell’euro, ma della stessa stabilità politica dell’Unione. Si dovrà riconoscere che non solo la Francia, come sostiene l’Economist, ma anche l’Italia si è mossa nella giusta direzione, senza per ora scuotere la riluttanza, se non proprio avversione, mostrata da molti paesi dell’Eurozona, dalla Commissione e dalla stessa Bce”, ha scritto il ministro.

Il nocciolo della questione riguarda, ancora una volta, la previsione di una garanzia comune sui debiti pubblici denominati in euro. Su di essi grava l’incertezza sulla solvibilità di un debito pubblico denominato in una valuta, l’euro, della quale nessuno stato controlla l’emissione. Viene dunque evocata l’istituzione di un prestatore di ultima istanza credibile, che rassicuri gli investitori sulla solvibilità degli stati e che di conseguenza contribuisca a ridurre i differenziali nei tassi d’interesse pagati sui titoli di stato. Tradotto: questa garanzia permetterebbe ai Paesi come l’Italia di dimenticare l’incubo dello spread, alimentato dallo spettro del default e dell’Italexit.

“Si rifiuta un dialogo più aperto che includa l’indispensabilità della presenza nell’Eurozona di un lender of last resort [prestatore di ultima istanza], lo si chiami Esm o fondo salva-Stati, e di un fondo comune contro la disoccupazione, come chiede Parigi, sotto controllo europeo, ma senza condizionalità che operano in senso contrario alla crescita”, ha dunque concluso Savona al termine del suo ragionamento.

Cos’è la “condizionalità contraria alla crescita”, cui fa riferimento il ministro Savona? Il principio secondo il quale, in cambio della messa in sicurezza del debito pubblico (ottenuta con l’impegno di intervento di un prestatore di ultima istanza) vengano imposti ulteriori vincoli sulla politica di bilancio in grado di evitare che gli stati “si approfittino”, spendendo troppo, della rete di sicurezza europea.