Reddito minimo si può finanziare senza aumentare le tasse

24 Maggio 2016, di Daniele Chicca

GINEVRA (WSI) – La precarietà non è uno dei problemi principali della Svizzera, ma con l’avvento delle nuove tecnologie e la fine del segreto bancario che minacciano i posti di lavoro anche nella vivace economia dell’atollo fiscale, le autorità stanno studiando per tempo una soluzione anti precarietà. Tra le manovre ipotizzate c’è anche l’introduzione di un reddito minimo di base (RBI).

Domenica 5 giugno in Svizzera si vota per decidere se introdurre un reddito minimo garantito per tutti i cittadini e residenti, che garantirebbe a tutti un salario minimo di base, molto alto per gli standard di vita italiani, ma che nel ricco paese elvetico consentirebbe agli abitanti che rispondono ai requisiti legislativi di rimanere appena sopra la soglia di povertà.

Il problema principale è come e dove trovare i soldi necessari a una simile misura, che in Italia è stata proposta tra gli altri dal MoVimento 5 Stelle. Secondo il professore di economia dell’Università di Zurigo, Marc Chesney, anziché tassare le rendite finanziarie, come è stato proposto dai promotori dell’iniziativa popolare, l’ideale sarebbe tassare i flussi finanziari, ossia i pagamenti elettronici.

Una Tobin Tax in versione svizzera rischierebbe di far scappare grandi investitori e ricchi patrimoni da Zurigo a favore di altri lidi finanziari, come è avvenuto per esempio già in Italia, dove la Borsa milanese è stata rovinata dall’incremento degli oneri azionari. La tassa equivale infatti al dieci per mille del controvalore di acquisto, tranne che per i tossici del trading giornaliero. Ma tassare i pagamenti elettronici, secondo l’economista, sarebbe indolore per la Borsa di Zurigo e avrebbe un impatto negativo quasi unicamente su banche d’affari che generano profitti su profitti.

Da tempo si parla del reddito di base garantito, ma ora in Svizzera, se i cittadini lo vorranno, potrebbe diventare realtà. “I processi di produzione sono sempre più caratterizzati da un’automazione e una digitalizzazione crescente che crea maggiore precarietà”, anche in mercati del lavoro in salute come la Svizzera, dove il tasso di disoccupazione è pari al 5,1% secondo i dati dell’ILO, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro.

La ripercussione di queste nuove dinamiche può essere positiva (stesso stipendio e più tempo libero a disposizione), ma è più facile che si riveli negativa, alimentando sottooccupazione e disoccupazione crescenti. “Si tratta di un paradosso di una società sempre più produttiva, che parallelamente genera sottooccupazione e precarietà”, osserva Chesney sulle pagine del quotidiano Le Temps.

Non aumentare le tasse

Per risolvere questo problema “storico” del nostro tempo, la proposta del reddito minimo di base è una delle soluzioni possibili. La questione da affrontare è come finanziarlo. Anche in un paese piccolo come la Svizzera, che già si può permettere un salario minimo di 4mila franchi (3.600 euro circa al cambio attuale) per la maggior parte delle categorie professionali, si tratterebbe di una manovra costosa per le finanze pubbliche.

Secondo il docente le tasse non vanno aumentate perché altrimenti il piano non sarebbe sostenibile. Tenendo conto della trasformazione del settore finanziario degli ultimi trent’anni, dominato ormai da banche di tipo sistemico sempre più disconnesse dalla sfera economica, è giusto riequilibrare il carico fiscale rispetto a quello che pesa su imprese tradizionali e famiglie. La finanza “è sotto tassata, mentre l’economia e la società sono sovra tassati”.

I flussi finanziari hanno cifre astronomiche: i pagamenti elettronici effettuati in Svizzera su base annuale, corrispondono a circa 100mila miliardi di franchi, 160 volte il Prodotto Interno Lordo del paese, una “cifra completamente sproporzionata”, e nulla in confronto ai 208 miliardi di franchi che servirebbero secondo le stime del Consiglio Federale per finanziare il progetto del reddito minimo garantito.

Una tassa dello 0,4% su questi pagamenti genererebbe 400 miliardi di franchi (360,7 miliardi di euro circa) e dovrebbe pertanto permettere di sostituire la maggior parte delle imposte attuali (pari a meno di 200 miliardi di franchi) e finanziare al contempo il reddito minimo garantito per tutti i cittadini svizzeri e per tutti i titolari di permesso di domicilio C (che si può ottenere dopo 10 anni di residenza in Svizzera con permesso B). Il costo in questo caso secondo i calcoli del professore sarebbe di poco più di 200 miliardi di franchi (180,35 miliardi).

La proposta referendaria per un reddito minimo garantito in Svizzera, che i promotori vorrebbero corrispondesse a un versamento mensile di 2.500 franchi (2.300 euro circa) per gli adulti e di 625 franchi (circa 570 euro) per bambini e più giovani, recita così:

“Poiché un parte della società non ottiene un reddito dal proprio lavoro, l’associazione Bien propone il ‘reddito di base incondizionato’ (RBI), strumento attraverso il quale verrebbero riconosciute le tante modalità di lavoro informale esistenti e un reddito minimo garantito che consenta a tutti i cittadini di avere un livello di entrate sufficiente ai bisogni essenziali. Solamente il 40% della popolazione ottiene un reddito dal proprio lavoro. Il resto esercita attività altrettanto necessarie alla produzione della ricchezza, ma non pagate, come occuparsi dei propri prossimi, occuparsi della propria formazione, fare volontariato, sviluppare e promuovere cultura, arte e conoscenza”.

Nonostante le promettenti premesse citate, in realtà la proposta è stata accolta dallo scetticismo generale e non ha raccolto grandi consensi tra i partiti principali svizzeri. La destra e il centro l’hanno bocciata e anche a sinistra a sorpresa non ha entusiasmato gli animi. Secondo i socialisti si tratterebbe di un’idea che offrirebbe una soluzione concreta solo tra 20 o 30 anni, quando dalla digitalizzazione corrisponderà una effettiva perdita di posti di lavoro.

Ma l’idea di Chesney potrebbe stuzzicare le menti di molti politici, essendo essa una misura estremamente popolare: consentirebbe infatti di ridurre la pressione fiscale su famiglie e aziende, semplificando allo stesso tempo la macchina burocratica, dal momento che la dichiarazione fiscale dei redditi diventerebbe pressoché superflua. La parte più difficile sarebbe vincere l’opera di ostruzione della lobby dei banchieri.

Fonte: Le Temps