Analisti: l’impatto sui mercati dell’ultima mossa della Fed

16 Marzo 2017, di Daniele Chicca

Marco Vailati di Cassa Lombarda spiega perché sui mercai valutari il dollaro esce penalizzato dalla riunione della Federal Reserve di ieri, mentre Bond Usa, oro e azionario dovrebbero giovare sul breve degli ultimi sviluppi. L’esito del meeting “non può dare ulteriore spinta al dollaro, che si trova già oltre il suo valore di equilibrio di medio periodo grazie sia alle attuali tensioni politiche in altre aree, sia alla divergenza delle politiche monetarie (determinante nel breve ma che non è stata accentuata col meeting di ieri)”.

“I Treasury possono beneficiare provvisoriamente ‎della non accelerazione del percorso di normalizzazione delineato dal Fomc – il braccio di politica monetaria della Fed – perché la recente correzione è stata troppo affrettata, anche se la direzione è stata corretta. Entrambe le situazioni, seppure temporaneo l’impatto sui tassi, sono favorevoli all’oro“.

Infine, per l’azionario si mette bene perché i prezzi dei titoli in Borsa potranno giovare “sia del riconoscimento dei progressi del ciclo sia del fatto che non si sia verificata un’accelerazione del percorso di normalizzazione delineato dal Fomc”.

Secondo Nicolas Forest, Global Head of Fixed Income Management di Candriam Investors Group, il rialzo dei tassi a marzo non rappresenta nessuna sorpresa, ma resta comunque “un vero cambiamento”. La Fed ha accelerato il passo prevedendo 3/4 rialzi nel corso dei prossimi mesi. Un calendario di questo tipo è motivato, secondo l’analista, “dal dissiparsi dei rischi esterni, dalla buona tenuta della creazione di posti di lavoro e da una tendenza al rialzo dell’inflazione USA. Benché lo stimolo fiscale di Trump resti molto incerto, il rialzo dell’inflazione è sufficientemente solido per giustificare una normalizzazione monetaria. È difficile stimare oggi il tasso naturale di politica monetaria. Secondo una regola standard di Taylor, il tasso direttore dovrebbe essere vicino al 3,50%. Uno scarto del 2,5% rispetto al tasso attuale non è oggi sostenibile e dovrebbe condurre la FED a tornare a un livello intorno al 2% nel corso dei prossimi 18 mesi”.

“È stato del resto lo scopo del suo discorso, che malgrado tutte le precauzioni necessarie, ha rafforzato la probabilità di nuovi rialzi: parole rassicuranti per giustificare una politica di inasprimento. Nel corso dei prossimi mesi, la normalizzazione monetaria americana dovrebbe continuare a pesare sulla performance delle obbligazioni USA (soprattutto su quelle con short maturity). Essa potrebbe inoltre penalizzare a lungo termine le famiglie, che solo uno stimolo fiscale dovrebbe salvare dal rallentamento economico. Dopo le parole, è ora tempo di fatti”.