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Mps, senza aiuti scatta opzione nucleare

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Mentre il maxi piano di rafforzamento di capitale di UniCredit viene accolto con favore dal mercato, il tempo sta per scadere per Mps. Alla banca più antica del mondo, la terza d’Italia, resta solo qualche giorno per trovare 5 miliardi di nuovi capitali da iniettare nelle sue casse prosciugate.

Dopo che la Bce si è rifiutata di concedere altro tempo alla banca, che aveva chiesto una proroga fino al 20 gennaio per trovare i capitali privati necessari per varare la ricapitalizzazione, le pressioni sono tutte sul governo Gentiloni.

Se Mps non fa pulizia di bilancio entro fine anno, la Bce chiederà il conto a Roma. Il nuovo presidente del Consiglio ha dichiarato martedì scorso, nel primo giorno dal suo insediamento, che il governo è “pronto a intervenire” per stabilizzare il settore finanziario italiano e ha anche citato un piano B di salvataggio per Mps.

Le autorità italiane hanno dato a Mps ancora una settimana di tempo per cercare di trovare investitori privati disposti a scommettere sulla banca e estendere il piano di conversione di bond subordinati in azioni. Mps ha già recuperato un miliardo di euro dagli istituti come Generali (che ha impiegato 420 milioni) che hanno accettato di partecipare all’oeprazione di swap. Ma le incognite sono numerose.

Per attuare in tempo il rafforzamento patrimoniale della banca senza chiedere aiuti esterni, Mps deve innanzitutto ottenere il via libera della Consob alla riapertura della conversione dei bond subordinati in azioni. A quel punto dovrà avere la certezza che quella operazione frutti più di un miliardo di euro e dovrà quindi sperare che vada in porto il collocamento della azioni a quei fondi che finora hanno mostrato un certo interesse per il piano. Forti del miliardo acquisito con la prima tranche di conversione dei bond in azioni e confidando nell’impegno del fondo sovrano del Qatar a investire un altro miliardo, il piano potrebbe andare in porto.

Depositi Mps: da gennaio -11% del totale

Le autorità di Vigilanza della Bce tengono sotto controllo le situazioni di capitale e liquidità della banca di Siena con cadenza giornaliera. I funzionari e i banchieri italiani sostengono che Mps non abbia un problema di liquidità, ma una mini fuga di capitali è in atto: da gennaio Mps ha perso 14 miliardi di euro in depositi (-11% del totale).

Il vero rischio per gli obbligazionisti e i correntisti è che la Bce ricorra all’opzione nucleare. Se non c’è possibilità di ricorrere agli aiuti pubblici e privati per Mps, il board di supervisione della banca centrale informerebbe il Meccanismo di Risoluzione Unica (Single Resolution Mechanism) a Bruxelles che la banca non ce la fa con le proprie forze e rischia di fare default.

A quel punto l’SRM, che è entrato in vigore ad agosto 2014, ha il potere di ristrutturare e le banche oppure potrebbe chiedere il sacrificio degli obbligazionisti senior. Se ci si dovesse arrivare a questo stadio, Roma non potrà fare molto, se non garantire un qualche tipo di compensazione agli investitori più penalizzati. L’SRM è stato creato dopo la crisi finanziaria ed è uno dei pilastri della riforma per un’unione bancaria nell’area euro.

L’obiettivo primario della Bce è che la soluzione Mps non influenzi negativamente la stabilità del sistema bancario italiano nel suo complesso. Se il settore privato non inietta il capitale necessario nella banca, il governo vuole intervenire in prima persona. L’opzione è quella di una conversione obbligata del debito junior in azioni.

Politicamente si tratta di una misura delicata da portare a termine per il governo, perché alcuni dei creditori della banca sono piccoli investitori retail, che verrebbero sacrificati ancora una volta in nome del bene del paese e del suo sistema bancario. Non possono essere costretti a condividere il costo del piano di salvataggio. Secondo il Financial Times è probabile che questi investitori alla fine otterranno una compensazione per aver partecipato a un eventuale piano di bail-in.

Il governo ha allo studio un decreto che non sia specifico per Mps ma che riguardi in generale le banche in crisi. La difficoltà maggiore sarà come garantire una minima protezione della clientela retail che, alla luce delle norme europee, rischia di dover subire le conseguenze del salvataggio pubblico. Evitare quanto possibile il coinvolgimento dei piccoli investitori è l’obiettivo delle autorità italiane ma la realtà, come ha denunciato l’associazione Vittime del Salva-Banche, “è che i piccoli obbligazionisti di Mps rischiano i loro risparmi“.

Mps: c’è anche rischio crediti deteriorati

C’è anche un altro rischio: se Mps non riesce a smaltire i 28 miliardi di euro di crediti deteriorati potrebbe dover ricorrere a un nuovo aumento di capitale: sarebbe il quarto in tre anni. Su questo frangente, tuttavia, per il momento tutto sta filando liscio. La cessione dei non-performing loans – prestiti che rischiano di non essere mai restituiti – è gestita dal fondo Atlante, un fondo privato sponsorizzato dal governo che è stato istituito la scorsa primavera per sostenere le banche in difficoltà del paese. Atlante comprerà 1,6 miliardi di sofferenze a 33 centesimi l’una. In questi casi il problema è legato più che altro al prezzo di vendita.

Per quanto riguarda gli altri istituti di credito italiani in difficoltà, Roma spera che una volta trovata una soluzione per Mps, la fiducia ritornerà pian piano nel nostro travagliato settore bancario.

Ieri i titoli UniCredit hanno fatto un balzo del 15% in Borsa in seguito all’annuncio di un aumento di capitale da 13 miliardi di euro, il maggiore della storia d’Italia, e di un programma di riduzione dei costi che prevede il taglio di centinaia di filiali e del 21% dei dipendenti.

Unicredit cancellerà anche dal bilancio ben 17,7 miliardi di euro di crediti deteriorati, che verranno trasferiti a due nuove entità indipendenti controllate dai gestori Fortress Investment Group e Pimco. La banca italiana conserverà una posizione minoritaria nel capitale di suddette entità.