Italia, Pil fermo e debito ancora in crescita nel 2017

21 Febbraio 2017, di Laura Naka Antonelli

Il debito pubblico italiano, che da tempo ha assunto dimensioni preoccupanti, è destinato ad ampliarsi ancora nel primo semestre di quest’anno e anche la percentuale rispetto al Pil non tenderà a restringersi dal momento che la crescita economica della terza potenza dell’Eurozona rimane tendenzialmente anemica.

“L’Italia resta un Paese fermo, dove i privati non consumano e non investono, mentre la classe politica vive in un mondo parallelo pensando più a campagne elettorali che a riforme strutturali”, ha commentato Maurizio Mazziero a margine del Quaderno di ricerca, XXV Osservatorio trimestrale di Mazziero Research.

Dopo la crescita del debito statale di 45 miliardi nel 2016, su cui ha influito negativamente il piano di salvataggio del settore bancario da 20 miliardi varato dal governo per aiutare Mps, Veneto Banca e Pop Vicenza, “peggio andrà nel primo semestre del 2017 con un incremento del debito che stimiamo ragguardevole” sottolinea l’analista. Nel 2015 il passivo era aumentato di 35,6 miliardi.

Secondo i calcoli di Mazziero Research il debito pubblico è aumentato a 2.248 miliardi a fine 2016, mentre a giugno di quest’anno il debito dovrebbe attestarsi su livelli ancora piu’ elevati tra i 2.290 e i 2.311 miliardi di euro. Il computo ufficiale che concluderà l’anno appena trascorso verrà reso noto il 15 marzo 2017, mentre a metà agosto si conoscerà il dato relativo ai primi mesi di quest’anno.

Quanto alla crescita economica, l’anno scorso è rimasta fragile e insufficiente, con “progressi trimestrali minimali e un Pil che “resta al di sotto del 7,5% rispetto ai livelli pre-crisi del 2008; buona la produzione industriale che mostra una tendenza crescente da circa un anno.”

Pil: Italia fuori dal G7

Nell’ultimo rapporto “The world in 2050”, ovvero “Il mondo nel 2050” a cura di PwC (Pricewater Coopers) c’è scritto che l’Italia non farà più parte del G7 se si ragiona in termini economici. E’ un risultato per certi versi non sorprendente, che si iscrive in un trend globale che vede i paesi industrializzati farsi soppiantare da quelli in via di Sviluppo.

Tra le conclusioni chiave a cui arriva la relazione, si puo’ citare la continua crescita delle economie emergenti, che “continueranno a essere il motore dell’intera economia globale”, tanto che, entro il 2050, i sette paesi emergenti del gruppo E7 potrebbero veder aumentare la loro incidenza sul Pil mondiale dal 35% circa a quasi il 50%. A tal proposito da segnalare che l’acronimo E7 indica le sette principali economie emergenti, economie emergenti ed è stato coniato dagli economisti di PricewaterhouseCoopers, John Hawksworth e Gordon Cookson, nel 2006.

Del gruppo dell’E7 fanno parte Cina, India, Brasile, Messico, Russia, Indonesia, Turchia. PwC scrive che, entro il 2050, la Cina potrebbe diventare la prima economia del mondo, incidendo sul Pil mondiale per il 20% circa. L’India dovrebbe salire al secondo posto e l’Indonesia al quarto (in base al Pil PPP, ovvero a parità di potere di acquisto. Ancora, nell’outlook si legge che:

“anche altre economie emergenti potrebbero diventare protagoniste. Il Messico potrebbe superare il Regno Unito e la Germania entro il 2050 a parità di potere di acquisto, e sei delle sette principali economie del mondo potrebbero essere rappresentate ancora dagli emergenti”.

Previsioni niente affatto positive per i paesi dell’ Unione europea, che rischiano entro il 2050 di veder crollare la loro incidenza sul Pil a una quota inferiore al 10% del totale.

PwC prevede che la crescita del Regno Unito, a dispetto della Brexit ha il potenziale di superare il tasso medio di crescita dell’Ue, una volta completata la transizione di uscita dal blocco decisa con la Brexit, “sebbene – e la sorpresa è qui – l’economia con il tasso maggiore di crescita dell’Ue sarà la Polonia“.

“Prevediamo che l’economia mondiale possa più che raddoppiare entro il 2050, sulla base di politiche orientate alla crescita che siano ‘amichevoli'”.