Italia, brusca frenata manifatturiero. E aumentano i giovani disoccupati

1 Marzo 2016, di Laura Naka Antonelli

ROMA (WSI) – Dopo la doccia fredda della deflazione, in Italia è arrivata anche la conferma ufficiale del rallentamento della crescita dell’attività manifatturiera. Un rallentamento che interessa in realtà anche l’intera Eurozona, come certificato dai dati, accompagnato nel caso italiano dalla piaga della disoccupazione giovanile, tornata a crescere a gennaio

In realtà, all’Eurozona non tutto sembra andare male, dal momento che, stando a quanto reso noto da Eurostat, il tasso di disoccupazione è sceso a gennaio al minimo in quattro anni, ovvero dall’agosto del 2011, al 10,3%, contro il 10,4% di dicembre. Si tratta di un risultato raggiunto nel corso della lieve ripresa dell’area euro, e di un progresso indiscutibile se si ricorda che nell’aprile del 2013 la disoccupazione era del 12,3%. Ma l’esercito dei disoccupati rimane troppo numeroso, soprattutto in Grecia e in Spagna, dove almeno una persona su quattro cerca una occupazione.  E inizia davvero a preoccupare la brusca frenata della Germania.

Per l’Italia, una nota positiva arriva comunque dall’ Istat, che rende noto che nel 2015 il Pil italiano è salito a un tasso +0,8%, riportando dunque una crescita dopo aver riportato un calo per ben tre anni consecutivi. L’Istat ha rivisto al rialzo le stime provvisorie, secondo cui nel 2015 la crescita sarebbe stata dello 0,7%.

Nel 2015 il Pil, ai prezzi di mercato, è stato pari a 1.636.372 milioni di euro correnti, con un aumento dell’1,5% rispetto all’anno precedente. I dati disponibili per i principali paesi avanzati hanno indicato inoltre una crescita del Pil in volume negli Stati Uniti (2,4%), nel Regno Unito (2,2%), in Germania (1,7%) e in Francia (1,2%). Confermato anche il miglioramento dei conti pubblici: nel 2015 il deficit-Pil dell’Italia è sceso infatti, sempre secondo i dati dell’Istat, al 2,6% dal 3% del 2014.

Si tratta di progressi, che però stridono con l’aumento della disoccupazione giovanile, ovvero quella dei giovani che hanno una età compresa tra 15 e 24 anni, che è avanzata di 0,7 punti percentuali rispetto al mese precedente, attestandosi al 39,3%. E il numero non tiene conto dei giovani inattivi, ovvero di coloro che non sono occupati e non cercano lavoro.  Il tasso di inattività è anche cresciuto (+0,6 punti). Certo, il tasso di disoccupazione complessivo, sempre di gennaio, si è confermato stabile e praticamente invariato all’11,5%.

Ma è anche vero che l’esercito dei disoccupati in Italia conta 2 milioni e 951 mila.

Inoltre, altro campanello d’allarme è l’indice Pmi manifatturiero, sceso a 52,2 punti, dai 53,2 punti di gennaio, attestandosi al minimo in un anno. Anche i nuovi ordini sono cresciuti al ritmo più debole dal febbraio del 2015.

Vediamo più in dettaglio la carrellata di dati giunta oggi dal fronte macroeconomico dell’Eurozona e dell’Italia:

  • Stando ai numeri di Markit, il settore manifatturiero dell’intera Eurozona ha segnato una espansione al tasso più debole in un anno, nel mese di febbraio, alimentando i timori sulle condizioni di salute dell’economia europea. L’indice Pmi, compilato sulla base di dati forniti da migliaia di aziende, è sceso al minimo in 12 mesi, a 51,2 punti, contro i 52,3 di gennaio.
  • Francia e Germania oscillano vicine a una fase di stagnazione, con la Germania che soffre una frenata molto brusca. La Grecia torna in contrazione. In Italia l’indice Pmi si attesta anch’esso al minimo in un anno.

Nel commentare i dati che si riferiscono all’Eurozona Chris Williamson, responsabile economista presso Markit, parla della minaccia di bassa crescita nel 2016, o di una vera e propria crisi:

“La debole domanda domestica si accompagna al peggioramento del quadro globale. Le esportazioni o sono scese o sono salite appena in tutti i paesi, con la sola eccezione dell’Austria. Per una regione che ha un bisogno disperato di un calo della disoccupazione, la crescita quasi stagnante dei posti di lavoro nel settore manifatturiero si rivela una notizia deludente. Le aziende stanno tagliando le assunzioni, preoccupate per l’outlook. I prezzi allo stesso tempo scendono, in quanto le aziende cercano di incrementare le vendite, e ciò conferma l’intensificazione delle pressioni deflazionistiche. I prezzi input stanno svendendo a un ritmo mai visto dal luglio del 2009. Con tutti gli indicatori – dalla produzione alla domanda all’occupazione ai prezzi – che puntano verso il basso, il sondaggio alimenterà le pressioni sulla Bce, affinché agisca velocemente e in modo aggressivo per scongiurare un’altra crisi economica”.

Proseguendo:

  • Anche spostandosi dall’Eurozona e prendendo in considerazione l’Unione europea, non va bene al Regno Unito. L’indice Pmi stilato anche in questo caso da Markit segna infatti l’espansione più debole in quasi tre anni, attestandosi ad appena 50,8 punti, lievemente al di sopra dei 50 punti, che rappresentano la linea di demarcazione tra fase di contrazione (valori inferiori a 50) e fase di espansione (valori al di sopra dei 50 punti).