Inps, Boeri: “in pensione tre anni prima”. Ecco quanto si perderebbe

18 Marzo 2016, di Alberto Battaglia

ROMA (WSI) – Andare in pensione tre anni prima, con una perdita sull’assegno pensionistico che sarebbe al massimo del 9%. Lo ha detto, ospite di Corriere.it, Tito Boeri, numero uno dell’ Inps .

Boeri ha di fatto detto, illustrando la proposta dell’ente previdenziale, che si perderebbe sull’assegno all’incirca al massimo il 9%, se si andasse in pensione 3 anni prima.

Fermo è stato l’appello al governo Renzi perché faccia qualcosa anche perchè, se ha intenzione di intervenire sulle pensioni, “vale la pena farlo adesso”.

“Se il governo intende riformare le pensioni, è bene che lo faccia adesso. Il blocco delle pensioni ha avuto effetti sulle assunzioni dei giovani molto forti. Guardando due campioni di imprese, nel primo tipo di imprese, dove c’erano lavoratori bloccati, le assunzioni dei giovani sono state molto di meno che nell’altro gruppo. Abbiamo bisogno di intervenire adesso sul blocco. (…) Noi ipotizziamo che si possa andare in pensione tre anni prima, con delle riduzioni. La riforma fatta negli anni ’90 è una grande riforma, che permette già di correggere l’importo delle pensioni in base alle aspettative di vita. L’Inps andrebbe però oltre: “Significherebbe togliere più o meno il 3% ad ogni pensione per ciascun anno di anticipo. Al massimo si perderebbe il 9%”.

Boeri ha tenuto anche a ricordare a tutti che:

“il governo non si può permettere di avere il 40% di disoccupazione giovanile”.

Boeri ha dichiarato di aver parlato della proposta con il premier Matteo Renzi, anche “recentemente”, e ha  precisato che l’interesse c’è. Tuttavia, il problema rimane come al solito il nulla osta dell’Unione europea:

“C’è interesse, ma ci sono preoccupazioni a livello europeo. Cominciando a fare questo lavoro di analisi, da parte di autorità indipendenti, potremmo trovare consenso anche dalle istituzioni europee”.

Nello spiegare gli scogli principali, Boeri ha affermato che:

“Il problema che abbiamo con le regole europee è che dando flessibilità in uscita ci sarebbero più persone che percepiscono pensioni in un determinato anno: quindi la spesa aumenterebbe, ma è una spesa iniziale maggiore che poi si recupera con pensioni più basse. Il primo passo sarebbe farsi certificare da un’autorità indipendente, come l’Upb, che nel lungo periodo questa proposta non avrebbe effetti sui conti pubblici italiani. Capire quali proposte sono neutre e quali invece hanno effetti sui conti, potrebbe aiutarci a capire quali potrebbero passare al vaglio delle istituzioni europee”.

Sul contrasto con il ministro del Lavoro Giuliano Poletti, in particolare sul fatto che secondo Poletti l’Inps debba fare le proposte, e le decisioni poi debbano essere prese dal governo, l’osservazione, accompagnata da una risata, è stata la seguente:

“Io mi ci ritrovo perfettamente. Come presidente dell’Inps quello che mi pone più a disagio è quando il governo non decide, perché noi delle scelte dobbiamo farle, se non ci si dice cosa dobbiamo fare, dobbiamo prendere noi delle decisioni, e questo non è desiderabile: ci sono responsabilità che non sono le nostre, che non ci competono. Ma noi possiamo appunto fare delle proposte, e ne sono felice. Non mi sento sminuito perché ho fatto diverse proposte nella vita, come il contratto a tutele crescenti, e alcune sono riuscite”.

Mentre sulla busta arancione:

“Ho dovuto passare quasi sei mesi per trovare il modo per pagare i francobolli, è stata una lotta impegnativa che ha portato via tante risorse. Questo servizio lo stiamo già dando da maggio, e al termine del servizio chiediamo se il calcolo è inferiore a quanto stimato. Ma penso che il fatto di sapere e avere questa informazione dà maggiore possibilità di fare programmi. Molti contribuenti non riescono ad immaginare quanto sarà la propria pensione, perché si costruisce con i primi anni di contributi, non con gli ultimi, come succedeva un tempo. Qualcuno può scoprire che avrà la pensione più bassa, altri che sarà più alta: con delle variabili che possono essere cambiate e valutate. In genere, al termine della simulazione online, una maggioranza ha scoperto di averla più bassa: presumibilmente il 60%. Ma quasi il 95% dei rispondenti era felice di avere questa risposta. Per molti anni i governi non hanno voluto darla questa informazione, e credo che l’incertezza faccia male all’economia, molto più che la consapevolezza”.

Ecco l’intervista integrale al Corriere.it