Henry Lèvy: “Donald Trump? Per la scurrilità ricorda Berlusconi”

14 Marzo 2016, di Alessandra Caparello

NEW YORK (WSI) – Un ritratto non molto lusinghiero è quello che fa del tycoon americano Donald Trump, l’uomo che sta sbaragliando le primarie repubblicane, il filosofo Bernard Henry Lèvy come riporta Il Corriere della Sera.

“Osservo la sua faccia da croupier di Las Vegas, il suo kitsch che ricorda un saltimbanco da circo, pieno di botulino, imparruccato, che si trascina da una televisione all’ altra con la bocca aperta su una dentatura traballante e al tempo stesso solida, con una espressione da cui non si capisce mai se ha bevuto o ha mangiato troppo, o se vi sta avvertendo che presto vi divorerà. Ascolto le sue imprecazioni, il suo parlare crudo, il suo odio patetico verso le donne che, secondo l’umore, chiama cagne, scrofe, o col nome di animali poco attraenti. Ascolto le sue barzellette oscene in cui il linguaggio castigato dei politici è considerato inferiore al parlare franco della plebe, un parlare a «grado zero» che sarebbe, secondo lui, il linguaggio degli organi che si trovano solo nei pantaloni: l’Isis? Non gli faremo la guerra, ma lo prenderemo «a calci nel sedere»; l’osservazione del suo rivale Marco Rubio sulle sue «piccole mani»? Il resto, state tranquilli, non è «così piccolo» come credete…”

Trump che al filosofo francese ricorda “nella scurrilità e nella bassezza” a Berlusconi, Putin e Le Pen. E proprio nel nostro ex Premier, il filosofo vede l’origine di tutto, l’inventore della “globalizzazione del volgare”.

“Trump ne ha fatto la propria torre, una delle più brutte di Manhattan, con la sua architettura superata e pretenziosa, l’atrio gigantesco, una cascata di venticinque metri per far colpo sugli animi semplici: una sorta di Babele in acciaio riciclato da qualche don Corleone dei bassifondi, dove tutte le lingue del mondo tendono a fondersi in una sola. Ma attenzione! Questa lingua non è più quella dell’America che sogniamo eterna e che talvolta ha restituito la vita a culture stremate, ma è la lingua di una America dai grandi «attributi sessuali», che si sarebbe rassegnata a fare a meno dei libri e della bellezza del mondo, che confonderebbe Michelangelo con un sarto italiano e che avrebbe dimenticato che nessuno, nemmeno la pioggia, ha mani così piccole”.