Guerra dazi: tregua tra Cina e Usa

23 Aprile 2018, di Daniele Chicca

Il capo del Tesoro americano sta prendendo in seria considerazione l’idea di andare in Cina per parlare di dazi e scambi commerciali tra le due prime potenze economiche al mondo. I timori di una guerra commerciale a tutto campo, che per ora si sta consumando più a parole che a fatti, hanno provocato turbolenze sui mercati e spinto i leader di tutto il mondo, anche di organizzazioni internazionali come il FMI, a lanciare un appello per un’apertura dei ponti commerciali.

Steven Mnuchin ha detto di essere “cautamente ottimista” sulla possibilità di raggiungere un accordo con la Cina che appiani le differenze in materia commerciale. “Stiamo prendendo in considerazione l’ipotesi di un viaggio” in Cina, ha dichiarato ai giornalisti durante il meeting primaverile dell’FMI, senza però specificare se effettivamente e quando questo avverrà.

Il ministero cinese del Commercio ha dichiarato di essere a conoscenza dei piani Usa e che l’idea di poter sedersi attorno a un tavolo per negoziare su questioni economiche e commerciali è “benvenuta”. La visita del segretario del tesoro americano in Cina sarebbe un segnale importante di disgelo e un viatico verso l’apertura di un dialogo indispensabile se si vuole risolvere la disputa commerciale che minaccia di compromettere la ripresa economica mondiale.

È un momento particolarmente sensibile per gli equilibri geopolitici, con le tensioni tra Russia e occidente che sono esacerbate dal conflitto per procura siriano e dalla vicenda dell’avvelenamento di una ex spia russa in Inghilterra. L’Asia è al centro dell’attenzione anche per un altro capitolo caldo, quello del programma nucleare nordcoreano. Un faccia a faccia tra Donald Trump e il leader Kim Jong-un è stato già pianificato.

Il vice direttore dell'FMI David Lipton ha riassunto quello che è il sentiment dei funzionari riuniti a Washington: "i tempi sono buoni ma stanno diventando rischiosi".

Analisti pessimisti su esito viaggio di Mnuchin in Cina

Nonostante i commenti concilianti di Mnuchin e del governo cinese, tuttavia, analisti e commentatori sono ancora pessimisti.

Contattato da Bloomberg un analista dell’Institute of International Finance della Bank of China a Pechino, Gai Xinzhe, sostiene che non c’è da aspettarsi un gran che dall’eventuale incontro. “È probabile che chiederanno un prezzo da pagare troppo alto per la Cina. A quel punto l’incontro si concluderà con un nulla di fatto e la guerra commerciale continuerà. Non sono ottimista anche perché Trump stesso non sembra aver ben chiaro quello che vuole dalla Cina”.

Le novità arrivano in un momento in cui i ministri delle Finanze e i banchieri centrali mondiali sono impegnati in una serie di incontro presso la sede dell’FMI a Washington, dove spesso sono stati citati il protezionismo e le tensioni commerciali come le minacce principali alla ripresa economica globale, che è la più sostenuta da sette anni a questa parte.

La crescita economica mondiale si è rafforzata ed è diventata sempre più diffusa, secondo quanto riferito dalla commissione dell’FMI sabato scorso. Detto questo, “le vulnerabilità finanziarie in crescita, le montanti tensioni commerciali e geopolitiche e il debito storicamente alto minaccia le prospettive di crescita” citate.

Investimenti, gestori si focalizzano sul potere d’acquisto

Proprio le crescenti tensioni commerciali hanno spinto i gestori di fondi americani a dare la caccia a società che riusciranno a trasferire facilmente i costi in aumento ai consumatori. Sinora le piccole e media imprese americane che generano la maggior parte dei flussi di cassa in patria sono riuscite a difendersi bene dai venti di guerra commerciale. Ma con il tempo la situazione potrebbe cambiare e come fattore di riferimento i money manager preferiscono concentrarsi sul potere d’acquisto.

L’indice Russell 2000 delle società a minore capitalizzazione è in rialzo del 2,8%, quasi il doppio dell’incremento dell’1,5% messo per il momento a segno dall’indice allargato dell’S&P 500 su cui sono quotate aziende che sono molto più esposte agli affari on l’estero. Tuttavia i gestori di gruppi come Villere & Co, Hodges Capitale BMO Global Asset Management hanno fatto sapere a Reuters che una guerra commerciale provocherà un aumento dell’inflazione, riducendo i margini delle società più attive nel mercato interno e che non operando all’estero non hanno mod di diversificare le fonti di ricavi.

Anziché focalizzarsi sulla fonte geografica dei ricavi, i manager stanno quindi puntando su quei gruppi quotati che hanno costruito con il tempo un’esposizione in uno specifico mercato di nicchia, o che esercitano un certo predominio in una proprietà intellettuale particolare. Questo consentirà di proteggere e persino di espandere i margini in un contesto di surriscaldamento dei prezzi al consumo.