Economia

Fmi proclama “austerity finita”, dimenticandosi la Grecia

Questa notizia è stata scritta più di un anno fa old news

Dopo cinque anni di misure lacrime e sangue, imposte in particolare in Eurozona per uscire dalla crisi del debito sovrano e da una fase di recessione economica, l’austerity nei paesi industrializzati è finita e ora si apre una nuova era di investimenti e crescita. È stato uno dei fautori dell’austerità in cambio di riforme, il Fondo Monetario Internazionale, a proclamarlo.

Il Fondo si è tuttavia dimenticato – o forse ha omesso di proposito – di citare un caso particolare, quello della fortemente indebitata Grecia. La drammatica situazione in cui ancora versa Atene non permette al governo di varare misure improntate alla crescita o di interrompere gli sforzi di consolidamento del bilancio.

Secondo l’Fmi i governi dei paesi ricchi hanno incrementato le spese pubbliche l’anno scorso e prevedono di tenere aperti i portafogli anche nel prossimo futuro. Dopo cinque anni di crisi, passati a stringere la cinghia, l’Fmi stima che per i governi l’era dei tagli alle spese e dell’incremento delle tasse è giunta a conclusione.

“Nel 2016 le economie industrializzate hanno ridotto di un quinto dell’1% del Pil le misure di rigore, interrompendo  così un trend di consolidamento fiscale graduale”, scrive l’Fmi.

In Grecia però il governo non ha affatto aumentato le spese nel 2016, non può permetterselo perché se vuole sbloccare la nuova tranche di aiuti esterni dovrà convincere i creditori europei della capacità di riformare il paese. L’Fmi ha paura che il debito greco sia insostenibile e che gli sforzi del governo Tsipras siano vani: si farebbe meglio a ristrutturare il debito allungando le scadenze oppure facendo appello alla clemenza dei creditori.

L’Fmi è chiaramente ben consapevole del momento molto difficile che tuttora attraversa la Grecia, quindi l’ipotesi più probabile non è che si sia dimenticata della Grecia, ma che semplicemente non la consideri più un membro del mondo industrializzato. Atene resta sempre uno Stato dell’Eurozona e dell’Unione Europea, e l’Ue – nonostante i suoi problemi politici ed economici – fa senza dubbio parte del ‘mondo più ricco’.

L’Fmi e i creditori della troika non hanno finito di pretendere dal governo – che sta finendo i soldi – il varo di nuove misure di austerity che potrebbero spingere ancora più nell’abisso a breve e medio termine l’economia e il popolo in Grecia. Il governo, che sta finendo i soldi, non ha altra scelta.

L’esempio lampante della crisi economica greca lo offrono i dati sul deficit di bilancio. I creditori hanno chiesto che la percentuale raggiunga il 3,5% del Pil nei prossimi anni. L’istituto di statistica nazionale della Grecia ha annunciato con gioia venerdì scorso un avanzo primario del 4,19% (otto volte più delle attese che erano per una variazione dello 0,5%). È una buona notizia per la troika e per l’area euro, ma una cattiva per il popolo greco.

Un paese in crisi economica ha bisogno di stimuli fiscali e investimenti se vuole tornare a prosperare, non di un surplus di bilancio. Un deficit aiuterebbe di più l’economia greca, non fosse per il patto stretto con i creditori delle troika, che costringe ovviamente Atene a rispettare gli accordi presi.

Il rientro del deficit è infatti una delle condizioni imposte dai creditori per poter fornire nuovi capitali alla Grecia, nell’ambito dell’ultimo programma di bailout concesso ad Atene. È loro diritto, ma cosa significa tutto ciò per la Grecia? Che per salvarsi da un possibile default delle finanze pubbliche, è costretta a distruggere la sua economia.