Economia

Fintech, quali opportunità di lavoro offre?

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Si parla sempre più di fintech, che secondo l’ultimo rapporto sul settore di BCG e QED Investors è destinato a crescere. In Italia sono numerosi gli operatori di piccole dimensioni, ma con grande vitalità. “Si tratta di una realtà in forte crescita, che si trova al punto di incontro tra l’innovazione tech e i servizi finanziari: basti pensare al settore dei pagamenti digitali che, soprattutto a partire dal 2020 (in conseguenza degli effetti della pandemia), ha registrato un notevole impulso (+47,5% in Italia nel 2022 rispetto al 2020, dati School of Management del Politecnico di Milano). Proprio con lo sviluppo dei pagamenti digitali sono nati e si sono affermati i primi due unicorni italiani, Satispay e Scalapay, così come Mooney, la principale fintech di prossimità”, spiega Enrico Gallerani, executive e management search per Exellere – In People Search, società che si occupa di selezione del personale, assessment individuale e di gruppo, coaching e valutazione psicometrica. Gallerani in particolare è specializzato sui settori banche, finanza, assicurazioni, blockchainMetaverso e Web3. Con Gallerani abbiamo approfondito i risvolti occupazionali del fintech.

Quali opportunità di lavoro offre il fintech?

Sarebbe un errore circoscrivere le opportunità lavorative del fintech ai soli ambiti più recenti ed innovativi del mondo finanziario. Al Salone del Risparmio di Milano, temi quali la digital experience, l’ingegnerizzazione delle gestioni con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, la scalabilità dei nuovi modelli di consulenza consentita dal tech, sono stati al centro del dibattito anche di un settore considerato tipicamente tradizionale come quello del private banking.

Il contesto appena descritto ci aiuta a comprendere le grandi potenzialità del fintech in termini di opportunità lavorative. Il più recente report EY Fintech Waves  sottolinea come l’ecosistema fintech dia segnali di forte crescita in Italia così come nel resto del mondo, con opportunità lavorative che comprendono un ampio spettro di settori specifici: neobank, mobile payment, digital lending, criptovalute DeFi (finanza decentralizzata), AI (intelligenza artificiale), insurtech, equity crowdfunding, solo per elencarne alcuni. Secondo tale rapporto, il 97% delle aziende e startup del settore prevede di assumere nuovi talenti nei prossimi 12-24 mesi.

Oltre a una modalità di inserimento in azienda che potremmo definire “diretta”, e cioè operata da realtà native fintech, vi è inoltre una offerta di lavoro (ad oggi prevalente) di natura “indiretta”, intendendo come tale quella proveniente dalle società di consulenza e dalle istituzioni finanziarie tradizionali, le quali necessitano di professionisti digitali essenzialmente per due motivi:

  • esigenze di upskilling e reskilling del personale in organico, al fine di: competere adeguatamente con le innovazioni portate dalle realtà fintech; investire in progetti dai ritorni promettenti; poter soddisfare la domanda di cambiamento della propria base clienti (fondamentale specie in ottica di passaggio generazionale). Ad esempio, alcune grandi istituzioni finanziarie (Blackrock, JP Morgan, Morgan Stanley, Goldman Sachs, Visa, MasterCard, ecc.) sono sempre più coinvolte in start up di progetti blockchain e crypto: le sole Blackrock e Morgan Stanley hanno superato i due miliardi di dollari di investimenti (dati tech), mentre Goldman Sachs sta creando insieme a Microsoft e Deloitte una nuova blockchain istituzionale, Canton Network;
  • supporto alla nascita e sviluppo delle realtà native fintech, che molto spesso ad oggi continuano ad avere bisogno della TradFi (finanza tradizionale) in fasi differenti dei loro processi, come è avvenuto nel già citato esempio di Goldman Sachs per Apple. È interessante in questo caso sottolineare i profili di collaborazione e partnership, più che di competizione, tra fintech e TradFi.

In termini di ruoli, il fintech genera una considerevole richiesta di posizioni quali: sviluppatori software, data scientist e data analyst, esperti di digital marketing, esperti di user experience, digital project manager, ecc. La finanza innovativa crea inoltre spazi e ruoli che prima non esistevano: ad esempio ingegneri e sviluppatori di smart contract, token economist, DeFi analyst, community manager, blockchain lawyer, e così via.

Mi preme evidenziare che, di pari passo, sono necessarie adeguate competenze da parte dei reclutatori, i quali non possono semplicemente improvvisarsi esperti. Se un’azienda ricerca un blockchain developer, è quanto meno opportuno che il consulente incaricato sappia come funziona una blockchain e qual è la differenza tra programmare DApps in Solidity, Plutus o Rust.

Quali competenze occorrono per lavorarci?

Essendo per sua natura un incrocio di competenze tecnologiche e finanziarie, il fintech richiede hard skill che attingono da entrambi gli ambiti. Le parole chiave nel mondo delle competenze fintech sono integrazione, trasversalità, dinamicità, contaminazione: i background dei professionisti e dei giovani talenti possono essere molto differenti, ma di sicuro ciò che li accomuna è la passione per la tecnologia e la volontà di metterla a disposizione per portare innovazione nel settore finanziario, di cui comunque è opportuno avere buona conoscenza.

Nel mondo bancario tradizionale, l’accesso può essere facilitato dall’aver completato il classico percorso formativo prettamente finanziario, ma nel fintech ciò spesso non è sufficiente. Il mix di competenze utili è sovente difficile da trovare per le aziende del settore, alla ricerca di profili che hanno magari già esperienza in altre startup, in cui è probabile aver sviluppato quelle capacità di adattamento e quella flessibilità tipicamente richieste del settore. Il già citato report di EY sottolinea che il 61% delle fintech italiane ritiene il mercato carente di talenti con competenze specifiche, con particolare riferimento a sviluppatori di software/app (55%), esperti di machine learning (38%), data analyst (31%), ecc.

Se si parla poi di competenze ancora più particolari, quali intelligenza artificiale, blockchain, cybersecurity, metaverso e token economy, le ricerche diventano assai complesse: all’estero, soprattutto negli Stati Uniti e in Asia, esistono già da alcuni anni società di recruiting dedicate o specializzate, che si occupano di colmare il gap sempre più grande tra talenti richiesti e ruoli disponibili. Ciononostante, il disequilibrio spinge gli stipendi delle figure più ricercate a livelli di gran lunga più alti rispetto agli stessi ruoli nel settore tech tradizionale.

Assumono grande importanza anche alcune specifiche competenze soft: l’elasticità di pensiero, la visione fuori dagli schemi, la capacità di integrare tra loro prospettive a volte diverse. Torniamo in proposito all’esempio dei pagamenti: dal punto di vista di uno sviluppatore di una banca tradizionale, spesso i pagamenti sono un mero protocollo tecnico, mentre per chi lavora in contabilità sono essenzialmente flussi finanziari. Per chi lavora in una fintech, invece, i pagamenti sono prima di tutto un servizio finanziario digitale e trasparente da offrire ai clienti: cambia evidentemente l’approccio e il punto di vista.

Come è possibile acquisirle?

Oltre naturalmente all’esperienza sul campo, esiste oggi anche in Italia la possibilità di acquisire una formazione universitaria di alto livello, propedeutica all’inserimento in realtà fintech. Tra gli altri, si può citare il “Master Financial Innovation: FinTech, AI, Blockchain, Cybersecurity e Metaverso”, proposto dall’Università Cattolica del Sacro Cuore e realizzato dal CETIF (il Centro di Ricerca dell’Università Cattolica su Tecnologie, Innovazione e Servizi Finanziari). Il Master, della durata di un anno, vanta tassi di placement di oltre il 90%, ed è disponibile anche in versione “Executive” per chi già lavora nel settore finanziario e/o digitale.

In ogni caso, nel fintech più che altrove, è cruciale la formazione continua ed autonoma, e non solo nelle aree più strettamente finanziarie e tech: ad esempio, la normativa in rapido cambiamento può avere effetti importanti e diretti anche sugli aspetti più operativi (si veda ad esempio la recente conversione in Legge del D.L. 25/2023 sulla “tecnofinanza”).

Lavorare nel fintech paga o gli stipendi sono maggiori nella finanza tradizionale?

È difficile generalizzare. In linea di massima, nelle ricerche che effettuiamo per figure che abbiano già esperienza, non vediamo molte differenze retributive per profili in qualche modo fungibili tra i mondi fintech e il settore finanziario tradizionale. Le realtà fintech tendono ad assumere figure di età più giovane la cui retribuzione, che a parità di altre condizioni sarebbe in generale più bassa data l’età, è compensata dal maggior grado di rischio che comporta l’ingresso in società che spesso sono startup o poco più. Nel fintech è tuttavia più probabile riscontrare una componente variabile della retribuzione più importante rispetto al mondo finanziario tradizionale, con la possibilità per i professionisti che vi lavorano di ottenere bonus di rilievo legati ai risultati raggiunti dalla società.

Discorso diverso, come accennavo prima, per quei ruoli molto qualificati e specialistici che ad oggi sono ancora assai difficili da trovare sul mercato (come accade ad esempio per tutto ciò che è legato allo sviluppo in ambito blockchain). Qui molto spesso non è l’azienda a fare una proposta al candidato, ma il candidato stesso che detta le condizioni per il suo ingresso.  

Perché un giovane dovrebbe lavorare nel fintech invece che nel settore finanziario tradizionale?

Il fintech è visto dalle nuove generazioni come il futuro della finanza. Entrare in una realtà fintech significa spesso partecipare in prima persona ad un vero e proprio progetto imprenditoriale, lavorando in un contesto smart, innovativo (nel modo di lavorare e anche nelle relazioni tra colleghi), medio-piccolo, dalle gerarchie appiattite, con la possibilità di incidere davvero sui risultati complessivi grazie al proprio contributo, e con quel senso di perenne startup che per alcuni rappresenta un formidabile stimolo professionale. Un mondo, insomma, molto distante dallo stereotipo dell’impiegato in giacca e cravatta allo sportello bancario. Di contro, è opportuno mettere in conto livelli di stress frequentemente più alti rispetto a chi va invece ad occupare una piccola casella di una grande organizzazione, nonché la disponibilità ad orari di lavoro assai flessibili. Non ci si può inoltre attendere che una startup fintech sia già perfettamente strutturata (con i pro e i contro che ciò comporta), né darne per scontato il successo commerciale. Così, i giovani che dopo un percorso di studi tradizionale si sentono più a loro agio in ambienti e ruoli più consolidati, sicuri e formali, preferiscono a tutt’oggi intraprendere percorsi di carriera all’interno di grandi istituzioni. Il consiglio, in questo caso, è quello di rimanere comunque aperti “al nuovo” e di non smettere mai di imparare.