Default e Npl, un grave errore di sottovalutazione

22 Febbraio 2021, di Massimiliano Volpe

L’articolo fa parte di un lungo dossier pubblicato sul numero di gennaio del magazine Wall Street Italia dal titolo The Great Reset relativo al piano di ristrutturazione dell’economia mondiale post Covid.

La nuova normativa Eba sul default, in vigore in Italia da inizio anno, vede in prima linea i lavoratori bancari per spiegare ai clienti i pericoli che corrono. Ma banche e politica avrebbero dovuto muoversi prima, secondo Lando Maria Sileoni, segretario generale di Fabi. Dott. Sileoni,

Dott. Sileoni, dal primo gennaio 2021 è entrata in vigore la nuova normativa dell’Eba sulla disciplina del default che le banche dovranno applicare ai clienti. Qual è la posizione di Fabi su questo provvedimento?

“Tra gli addetti ai lavori non c’è stata alcuna forma di dissenso concreto su questa nuova normativa le cui linee guida sono state tracciate dall’Autorità bancaria europea (Eba) da quattro anni e mezzo.
Il provvedimento è poi stato recepito a ottobre 2017 dall’Unione europea mentre tra marzo e giugno 2019 la Banca d’Italia ha svolto le consultazioni con le piccole e medie banche e con i grandi gruppi bancari italiani. Sostanzialmente sia le banche, sia la politica, hanno sottovalutato il problema così come fu sottovalutato il bail-in e conseguentemente è mancata la preparazione verso la clientela su un provvedimento che ha quattro anni e mezzo di vita. Anche alcune banche, che nel 2019 avevano iniziato ad avvertire la clientela, hanno dato solo un’informazione parziale. Quindi gli utenti bancari non sanno niente e non hanno la consapevolezza dei problemi che potrebbero avere se finissero con il conto in rosso. In questi giorni il personale delle banche, e quindi i direttori di agenzia e gli addetti allo sportello, si stanno adoperando per cercare di colmare questo vuoto informativo.
Ma è un lavoro che doveva essere fatto prima. Come in tutte le questioni italiane, c’è stata grande superficialità e poca assunzione di responsabilità e chi lavora in banca adesso deve metterci la faccia senza avere alcuna responsabilità nei provvedimenti”

Quali saranno le possibili conseguenze della nuova regolamentazione?

“Prima di tutto ci sarà una conseguenza importante per le banche, perché aumenteranno i crediti deteriorati. E ciò è esattamente in controtendenza con un provvedimento che l’Eba ha preso per diminuire gli npl.
I clienti, invece, vivranno in una condizione di ansia e precarietà psicologica e aumenterà il loro distacco dalle banche. Ricordo che questo provvedimento riguarda 32 miliardi di euro di valore di scoperti di conto corrente. Per quanto riguarda le imprese infine, è chiaro che in un momento così difficile, perdere la flessibilità di cui fino a oggi hanno goduto nella gestione del conto corrente, perché di questo si tratta, produrrà non pochi danni. Sono poche le imprese che sono a conoscenza dei rischi che stanno per correre”.

Un’altra conseguenza sarà che le banche stringeranno i cordoni del credito?

“C’è un paradosso politico europeo in tutto questo. L’Eba fa un provvedimento per diminuire gli npl, che invece aumenteranno, mentre la Bce inonda di liquidità le banche che poi, di fronte a una situazione del genere, erogheranno meno credito rispetto alle risorse disponibili”.

In una recente intervista ha detto che questa nuova normativa rivoluziona il rapporto tra banche e clienti. Nel mondo bancario la rivoluzione è in corso da tempo: chiusure di sportelli, fusioni, digitalizzazione. Tutto per resistere all’impatto delle normative sempre più stringenti, per salvare i margini erosi dai tassi ai minimi e dalla concorrenza delle Fintech.  Chi è che rischia di rimanere schiacciato da questo meccanismo che si muove sempre più veloce?

“Il cerino in mano rimane al comune cittadino, che non è difeso. Le stesse associazioni di categoria avrebbero dovuto informare già dal 2018 che dal primo gennaio 2021 sarebbero cambiate le cose. Essere segnalati come cattivi pagatori alla Centrale rischi di Banca d’Italia significa perdere la carta di credito, il bancomat, non avere più affidamenti. I cambiamenti che hanno chiesto le banche, tramite l’Abi, alla nuova regolamentazione sono blandi. Portare da 90 giorni a 180 il periodo oltre il quale il rosso diventa default e alzare la soglia da 100 a 500 euro per le famiglie e da 500 a 1.500 euro per le imprese, non cambia sostanzialmente niente”.

A questo punto, oltre che informare, si può fare altro?

“Almeno adesso andrebbero informati tutti i clienti in maniera compiuta. E soprattutto, come stanno facendo sia Intesa Sanpaolo che Unicredit, non mettere pressione alla clientela. Però rimane sempre il fatto che sopra i 90 giorni scatta l’automatismo della segnalazione di default”. In altri paesi le nuove norme sono già adottate.
Perché qui in Italia c’è tanta preoccupazione?“Sono paesi che hanno una concezione storicamente diversa del rapporto con la banca. Ad esempio, la forma dello scoperto di conto corrente per finanziare le imprese o le famiglie non esiste in Svezia, in Finlandia, in Norvegia, in Svizzera. Il rosso, in questi Paesi non c’è. Al suo posto ci sono per esempio i prestiti con garanzia e i mutui. Il provvedimento dell’Eba tende non colpirà le banche del Nord Europa che non hanno le caratteristiche che abbiamo noi nell’utilizzo dei conti correnti. Quindi è un provvedimento a senso unico che colpirà soprattutto l’Italia, la Spagna, la Grecia”.

Possiamo dire che questa normativa avrebbe anche un intento positivo ma non è stata preparata in modo corretto e arriva in un momento sbagliato?

“Ma i tempi nella vita sono fondamentali. Se uno sbaglia i tempi sbaglia tutto. Il provvedimento avrebbero potuto tranquillamente prenderlo a fine pandemia e ci sarebbe stato tutto il tempo per informare bene.
La politica e la finanza italiane, nella forma delle associazioni di categoria, hanno delle responsabilità enormi. A livello di Unione europea, dopo un anno che l’Eba aveva dettato le linee guida, i partiti non hanno approfondito. C’è stata inadeguatezza professionale, superficialità, irresponsabilità”.

La Banca d’Italia ha buttato acqua sul fuoco spiegando che nulla cambia con riferimento alla segnalazione dei clienti in default alla centrale rischi. È così?

“Cambia tutto invece. Cambia che si passa a un automatismo che prima non c’era. Cambia che prima era un invito alle banche a regolamentare i rapporti di un certo tipo in un certo modo, adesso passati i 90 giorni vieni segnalato in automatico. Prima era una probabilità, oggi è una certezza”.

Nel complesso il rapporto di fiducia tra clientela e banca riceve un altro duro colpo. A essere favorite saranno i concorrenti tecnologici, le Fintech, che stanno disintermediando gli istituti finanziari?

“Non voglio apparire di parte ma sono convinto dell’estrema importanza delle persone che lavorano in banca, uomini e donne che anche in un momento così drammatico fanno un lavoro sociale. Perché oggi la consulenza che le banche stanno offrendo grazie a chi ci lavora, è una consulenza totale, complessiva, che va dal mutuo alla fiscalità.
Le banche sanno perfettamente che il rapporto con la clientela non potrà essere sostituito a meno che non decidano loro stesse di abdicare completamente. Io non credo che ci saranno dei cambiamenti importanti perché la clientela ancora non è stata abituata e neanche ha tutta questa voglia di utilizzare internet per le operazioni di banca. Ci vorrà del tempo perché la clientela italiana nel suo complesso si abitui a un cambiamento radicale del rapporto con la banca”.

L’articolo integrale è stato pubblicato sul numero di gennaio del magazine Wall Street Italia