Brexit, il diktat di Draghi a Ue e Italia

29 Giugno 2016, di Daniele Chicca

ROMA (WSI) – Mario Draghi si prepara ad attivare il paracadute anti Brexit per mettere in salvo le banche, in particolare quelle disastrate italiane. Un documento Ue ottenuto da Bloomberg e ripreso dalla stampa italiana mostra tutti e cinque i punti principali che la Bce intende affrontare per risolvere la crisi apertasi dopo la vittoria dei no all’Europa nel referendum del 23 giugno.

Secondo i calcoli di Draghi il materializzarsi della Brexit porterà a una contrazione del Pil dello 0,5% nell’area europea. La Bce prevede una flessione della crescita per tre anni di tempo. La recessione provocata dalla Brexit avrà un impatto negativo nei mercati valutari e spingerà le banche centrali ad adottare svalutazioni concorrenziali.

La lista – anzi il diktat di Draghi – esordisce con un nuovo “whatever it takes” per poi proseguire on l’esigenza, già attuata, di aumentare la cooperazione delle banche centrali sul mercato valutario. La parte più importante del documento riguarda però le banche: secondo il banchiere centrale è giunto il momento di affrontare e risolvere per tutte le vulnerabilità del settore. In Italia l’allarme è già suonato.

Draghi si dice poi pronto a “fare tutto il necessario per mantenere la stabilità dei prezzi“. Al contempo i leader devono  fare di più per rilanciare la crescita, viste le crisi che potrebbero aprirsi ora che il Regno Unito avvierà la procedura di abbandono dell’Ue.

“Vedo rischi di turbolenze – afferma il presidente della Bce – e un fattore importante è la percezione che l’Ue possa divenire ingovernabile”.

Draghi chiede a Renzi piano salva banche

I cinque punti del piano dovevano restare segreti ma sono stati pubblicati dalla stampa. Non dev’essere un caso che proprio nel momento in cui Draghi chiede di fare qualcosa subito per le banche, il premier Matteo Renzi sembra si sia attivato per mettere a punto un maxi piano da 40 miliardi di euro che attingerà le risorse dal fondo salva-Stati e quindi potrebbe fare arrivare in Italia la troika dei creditori.

Oltre alle richieste avanzate ai leader, Renzi in primis, di fare qualcosa per “la vulnerabilità delle banche”, “non possiamo permetterci di non farlo”. Suona come un imperativo più che un appello. Un altro aspetto importante riguarda la riforma delle economie e anche delle istituzioni europee con l’obiettivo di renderle più efficaci e gestibili.

Draghi rinnova inoltre le pressioni perché vengano apportate modifiche alla “politica di bilancio” che va “orientata maggiormente verso gli investimenti”. Per come si sono messe le cose, secondo Draghi, restare fermi può essere un doppio danno. 

La contrazione del Pil si stima sia compresa fra lo 0,3% e lo 0,5% nei prossimi tre anni per l’Eurozona. Vorrebbe dire che la crescita in media sarebbe appena superiore al punto percentuale, “troppo poco” secondo La Stampa “per ridare la carica che serve al motore dell’economia per curare davvero la piaga della disoccupazione a due cifre”. Le stime “forse sono pessimistiche”, ha concesso il banchiere centrale, ma sono dovute al fatto che il Regno Unito rappresenta un partner commerciale di primo piano.

Il timore di Draghi è che tutti i mercati finanziari saranno influenzati, soprattutto quelli dei cambi. “Sono inoltre preoccupato dai tentativi di altri paesi di intervenire su quelli che non sono considerati livelli di cambio non ottimali”. Di qui la paura delle turbolenze e che l’Europa sia giudicata ingovernabile.

 

Dopo la vittoria del fronte del Leave con il 52% dei consensi nel voto popolare indetto dal governo e promesso dal premier uscente Cameron – grande sconfitto del referendum – in campagna elettorale, il leader del paese dovrà, prima di andarsene a ottobre come ha annunciato, invocare l’articolo 50 che definisce la procedura perché un paese possa lasciare volontariamente l’Europa Unita.

Era stata la stessa Londra a volere inserire l’articolo nel trattato di Lisbona, il quale dice che ogni stato membro è libero di ritrarsi dall’Unione conformemente alle sue norme costituzionali. Per farlo deve informare il Consiglio europeo – ieri si è svolto il primo senza il Regno Unito – della sua intenzione di negoziare un accordo sul divorzio, stabilendo così le fondamenta giuridiche per quello che sarà il nuovo rapporto con il blocco.

 

Fonte: Street Insider / Bloomberg