Brexit, un cigno nero creato ad arte dai media

22 Giugno 2016, di Laura Naka Antonelli

ROMA (WSI) – Brexit, un cigno nero creato ad arte dal mondo dei media, dunque un cigno nero o reale? Per certi versi la definizione calza a pennello, dal momento che per cigno nero si intende un evento difficile se non impossibile da prevedere. E, sicuramente, si potranno avere diverse idee su quelle che potrebbero essere le conseguenze di un eventuale realizzarsi dello scenario Brexit, ma solo l’avverarsi dell’ipotesi potrà stabilire la portata del fenomeno.

Sicuramente, finora l’attenzione dei media sul Brexit ha superato ampiamente, negli ultimi sei mesi, quella data al fenomeno Grexit e al referendum sull’indipendenza della Scozia dal Regno Unito, che si è tenuto nel 2014.

Detto questo, come hanno ammesso anche diversi esperti di finanza , è dal 2008 che si parla di “cigni neri”, a cui in realtà pochi hanno creduto e che, per il fatto solo di essere stati citati, hanno provocato il caos totale sui mercati finanziari, se non la fuga di capitali.

Il parlare ossessivamente del cigno nero di turno ha permesso a diversi hedge fund e altri speculatori di segnare importanti vittorie. E così sarà, molto probabilmente, anche in questo caso, sia nel caso di una vittoria del “Leave” – dunque del fronte che appoggia lo scenario Brexit e auspica il divorzio del Regno Unito dall’Unione europea – sia in caso di una vittoria del fronte Remain – fronte favorevole a un Regno Unito che rimanga nel blocco.

A perdere saranno i piccoli investitori, non certo i grandi fondi, che invece con le loro puntate al rialzo e/o al ribasso stanno provocando forti spostamenti di flussi di capitali generando volatilità e panico sui mercati.

Lo stesso George Soros, finanziere noto soprattutto per aver speculato al ribasso sulla sterlina nel 1992, ha riconosciuto che “un voto a favore dello scenario Brexit renderebbe alcune persone molto ricche..ma la maggior parte degli elettori diventerebbe più povera in modo significativo”. Certo, Soros fa parte della schiera dei sostenitori del fronte “Remain” e avrà tutti gli interessi a perorare la sua causa, ben presentata in un articolo pubblicato sul Guardian.

Ma è vero che il danno maggiore sui mercati lo fanno sempre i soliti noti, ovvero gli speculatori.

Per esempio, intervistato da Bloomberg, Deepak Gulati, fondatore di Argentiere Capital, che gestisce asset per 2,5 miliardi di dollari, ha detto chiaramente che i suoi fondi stanno scommettendo sulla volatilità e sull’uscita del Regno Unito dall’Ue, e prevede lauti profitti in quanto, a suo avviso, i trader dell’Eurozona e gli stessi mercati azionari, dall’Europa al Giappone, non stanno anticipando forti reazioni della sterlina, come quelle scontate invece dal mercato delle opzioni, che prezza oscillazioni della valuta britannica del 5% circa in una sola giornata di contrattazioni.

Ex numero uno della divisione di proprietary trading presso JP Morgan Chase prima di fondare Argentiere nel 2013, Gulati fa parte di quell’industria di fondi e hedge fund del valore di $2.900 miliardi, finita nel mirino di diverse istituzioni e investitori, in quanto incapace di proteggere i clienti dai danni della volatilità. Una industria che tuttavia non sta prosperando, dal momento che, secondo i numeri di Hedge Fund Research, il numero dei fondi costretti a chiudere i battenti nei primi tre mesi del 2016 è stato più alto di quello dei fondi che sono stati lanciati.

Una cosa è chiara: anche i gestori dei fondi stanno evitando il rischio prima del voto, dal momento che la netta esposizione degli hedge fund che hanno posizioni sia lunghe che corte sull’azionario – la differenza dunque tra i loro investimenti long e short – è al minimo dal febbraio, alla fine dello scorso mese si è attestata al 31% circa, stando a Philippe Ferreira, responsabile della divisione di ricerca presso Lyxor Asset Management.

Pei i gestori dei fondi, l’avverarsi del Brexit avrà ripercussioni negative soprattutto sui settori bancari di Italia e Spagna. Solo dall’inizio del mese, l’indice Euro Stoxx Banks Index ha ceduto quasi -9%, con Banco Comercial Portughes -30% e Unicredit oltre -13%.

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