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Bersani alla prova più dura: il confronto coi partiti. Piano B: governo senza testa

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ROMA (WSI) – Il segretario del Pd Pier Luigi Bersani avrà colloqui oggi con i partiti. A Berlusconi che gli propone Angelino Alfano risponde che non si può fare la “guerra mondiale” al mattino e proporre “abbracci” al pomeriggio.

Giovedì, Bersani salirà di nuovo al Quirinale.

“Siamo al dunque – ha detto al termine della seconda giornata di consultazioni – La situazione è difficile e bisogna fare discorsi seri. Stiamo tentando di trovare soluzioni di merito per il cambiamento”.

Al momento di riferire come sono andate le consultazioni con Bersani Alfano ha spiegato che le posizioni tra Pd e PdL sono distanti e se non cambia qualcosa nelle prossime 48 ore “si torna al voto”.

Dopo il colloquio con Pier Luigi Bersani, il segretario Pdl Angelino Alfano ha detto: “Le posizioni restano molto distanti e se resteranno così distanti nelle prossime 48 ore ribadiremmo che l’unica strada è andare al voto”.

Secondo un sondaggio se Bersani fallira’, la meta’ degli italiani vorrebbe che si tornasse al voto, ma con una nuova legge elettorale. A quel punto a spuntarla sarebbe il centro desta.

Dalle ultime rilevazioni Tecnè per SkyTg24 emergono dubbi sul potenziale governo del leader Pd. Se si torna alle urne, centrosinistra superato sia alla Camera sia al Senato.

La maggioranza degli intervistati è risultata pessimista sulla capacità di un possibile governo Bersani di affrontare le emergenze del Paese. La quota di ottimisti (36,6%) è comunque superiore al perimetro del consenso del centrosinistra. Il 51% degli intervistati, in caso di fallimento di tentativo del governo Bersani, ritiene indispensabile un ritorno alle urne subito con la medesima legge elettorale (17,8%) o in autunno con una nuova legge elettorale (33,2%).

Il 34,2% di è dichiarato favorevole a un governo di larghe intese. Da sottolineare come, nel caso in cui si votasse oggi, a coalizioni invariate, sarebbe molto probabile un nuovo stallo istituzionale. Le variazioni registrate comunque segnalano il sorpasso del centrodestra sul centrosinistra sia alla Camera (31,3% centrodestra – 29,3% centrosinistra) che al Senato (32,2% centrodestra – 31,4% centrosinistra). Si registra inoltre una moderata crescita del Movimento 5 Stelle (+0,6% e +0,7% alla Camera e al Senato rispettivamente) e un calo ulteriore della coalizione Monti (-1,2% e -1,1% alla Camera e al Senato rispettivamente). Nello specifico, crescono i due partiti maggiori, Pd (+0,6% alla Camera e +0,7% al Senato) e Pdl (+3,1% e +3% alla Camera e al Senato rispettivamente). Diminuisce, nel complesso, la forza dei partiti minori delle coalizioni di centrodestra e centrosinistra.

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di Maria Teresa Meli

Ha già un nome: «Governo a bassa intensità politica». E un programma preciso e delimitato: riforma elettorale, riforma del finanziamento pubblico dei partiti, riduzione dell’Imu per determinate fasce di cittadini e (ovviamente) approvazione della legge di stabilità.

Questo governo dovrebbe prendere il via nel caso in cui il tentativo di Pier Luigi Bersani dovesse fallire. Scenario, questo, niente affatto improbabile, viste le difficoltà che sta incontrando il segretario del Partito democratico. L’unica carta che potrebbe consentire al leader del Pd di mettere in piedi un suo esecutivo è quella di un accordo segreto stipulato con un gruppo di grillini che fanno capo all’associazione «agenda rossa» di Salvatore Borsellino (che peraltro hanno già votato per Pietro Grasso in dissenso dal Movimento 5 Stelle) e con quelli che sono vicini a Libertà e giustizia di Gustavo Zagrebelsky. Ma se il segretario del Pd non ha questa carta in mano il suo tentativo pare proprio destinato a fallire, anche se ieri girava voce che giovedì Bersani potrebbe chiedere a Giorgio Napolitano un supplemento di indagine.

Nel Partito democratico, comunque, non si parla d’altro che di questo governo che dovrebbe vedere la luce in aprile. E dovrebbe durare otto-nove mesi, non di più. Giusto il tempo che serve per mandare in porto i punti programmatici. Lo voterebbero Pd, Pdl, Scelta civica e chiunque altro sia interessato a questo ennesimo tentativo di far uscire dalle secche la politica italiana. Certo, adesso pubblicamente tutti a largo del Nazareno (e anche a Palazzo Vecchio) sostengono Bersani e il suo sforzo. Com’è giusto che sia, visto che il segretario sta cercando di dare vita a un governo a guida Pd. Ma poi molti pensano che non sia opportuno tornare alle elezioni in fretta e furia.

Del resto, è il ragionamento che viene fatto nei conversari privati di questi giorni, sarebbe difficile per tutti dire di no a un governo del genere di fronte a quel programma. Un programma che, peraltro, contiene delle proposte su cui il Pd si è sempre detto d’accordo. Anzi, che sono le stesse del Partito democratico. È chiaro che ci sarà una discussione interna molto aspra, che ci si dividerà e si litigherà, ma alla fine bisognerà pur dare una risposta. Ed è difficile che possa essere negativa. Com’è difficile per il Pd spiegare che non vuole riformare la legge elettorale, il finanziamento pubblico dei partiti e non vuole ridurre l’Imu dai mille euro in giù perché anche il Pdl sarebbe disposto a votare quel programma.

Del resto si sa già che personaggi influenti come Walter Veltroni sono favorevoli a un cosiddetto governo del Presidente. E Matteo Renzi ha sempre detto: «Se il capo dello Stato ci proponesse un governo istituzionale che faccia poche cose utili come potrebbe il Pd dirgli di no?». Anche gli ex Ppi come Enrico Letta, Dario Franceschini e Beppe Fioroni non sono favorevoli a un ritorno alle urne. Insomma, in realtà, dentro il Pd c’è un fronte ampio e trasversale a favore di un’ipotesi del genere.

Una road map così concepita consentirebbe a Renzi di candidarsi alle primarie nel tardo autunno e di riuscire a non bruciarsi perché i tempi delle elezioni si allungano troppo. Il sindaco di Firenze dovrebbe comunque avere un competitore perché non è sua intenzione, come ha ripetuto più volte, «farsi cooptare» dai maggiorenti del Pd: «Non ci penso proprio». E il competitore non potrebbe essere più Bersani dal momento che, un minuto dopo il fallimento del suo tentativo, dentro il partito si aprirebbe il processo al segretario che nessuno ha mai innescato perché c’era l’incarico in ballo.

Mentre dietro le sue spalle si svolgono tutti questi movimenti (di cui comunque Bersani è consapevole) il leader del Pd prosegue il suo sforzo con grande determinazione. Quale sia il discorso che il segretario ha fatto alle delegazioni incontrate finora lo ha sintetizzato il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi in una lettera ai vertici locali dell’associazione: «Il percorso di formazione del governo, ipotizzato dall’onorevole Bersani, vede il coinvolgimento dei tre principali partiti a partire dalle riforme istituzionali, su cui è possibile trovare una convergenza che consenta l’avvio dell’attività di governo. L’onorevole Bersani ha parlato espressamente di “porta di ingresso” per l’attività del governo. Trovata una convergenza sui temi istituzionali, si dovrebbe passare ai temi dell’agenda, ovvero quelli che toccano più da vicino l’economia”. Ma l’«agenda Bersani» rischia di rimanere vuota.

Il contenuto di questo articolo, pubblicato da Il Corriere della Sera – che ringraziamo – esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

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