Banche italiane: troppi dirigenti e pure strapagati

31 Marzo 2016, di Daniele Chicca

ROMA (WSI) – In Italia è difficile trovare un istituto di credito con meno di 15 membri nel consiglio di amministrazione. Eppure i gruppi del nostro paese hanno registrato le performance peggiori negli stress test del 2014 e devono fare i conti con un ammontare di crediti deteriorati che non ha pari nell’area euro.

C’è anche una clamorosa mancanza di diversità, sia di genere sia di nazionalità. Un’analisti dei board dei gruppi finanziari italiani, pubblicata dalla società di consulenza GC Governance Consulting, ha mostrato come le donne rappresentino solo il 16% del totale in media. Il record negativo spetta a Banco Popolaare con il 4%. I dirigenti stranieri sono appena il 7% del totale.

Delle 17 banche prese in esame, ben 13 non hanno neanche un rappresentante di origini non italiane. Per chi ha un posto nel consiglio di Amministrazione, le remunerazioni sono laute rispetto alla media. I membri del board guadagnano in media 850 mila euro l’anno. Sono cifre folli se si confrontano con i risultati ottenuti dal settore.

La riforma delle popolari varata dal governo Renzi 15 mesi fa prevede che una decina di istituti si trasformino in Spa e diano il la a un indispensabile processo di consolidamento nel settore che non può più attendere. Pop Milano e Banco Popolare, le due maggiori banche regionali dell’area settentrionale d’Itaalia si apprestano a fondere le loro operazioni. Ma è solo la prima operazione di questo tipo nel settore.

Se ci sono voluti mesi per stringere un accordo è anche per via della difficoltà ad accettare il cambiamento da parte dei dirigenti delle banche. La Bce ha chiesto board più snelli e un risparmio nei costi attraverso una riduzione delle spese che vanno in buste paga.

Quando il Financial Times ha chiesto al presidente di Banco Popolare Pier Francesco Saviotti una domanda sulla questione dei tagli ai CdA ha ribattuto: “Se siamo 21, 22 o 19, quale differenza fa. L’importante è che il board faccia un buon lavoro”.

Il problema è proprio questo. A giudicare dai risultati ottenuti e dalla debolezza e fragilità del settore delle banche, si arriva alla conclusione che in molti casi i dirigenti italiani non fanno bene il loro lavoro.

Anche Mario Draghi, il numero uno della Bce, ha affrontato la spinosa questione, sottolineando come un consolidamento nel settore bancario italiano sia necessario perché “fino a poco fa, l’italia aveva 750 banche, tutte con i loro Consigli di Amministrazione”. Non è solo una questione di numeri nel loro complesso, ma anche di densità.

Banche troppo frammentate, servono altre fusioni

Delle banche quotate a Piazza Affari, è difficile trovarne una che abbia meno di cinque rappresentanti del board. Banco Popolare ne conta 24, Pop Emilia 18, mentre Intesa Sanpaolo sembra finalmente pronta a dire addio a un sistema duale con 28 dirigenti. UBI Banca conta 23 esponenti nel consiglio di sorveglianza e altri nove nel consiglio di gestione. Spesso poi i membri del board non sono navigati esperti in materia finanziaria, bensì persone con legami ed esperienza a livello politico locale.

La gestione familiare è dannosa e va riformata ulteriormente se l’Italia vuole risolvere la crisi di un settore, che ha iscritti a bilancio 360 miliardi di euro di sofferenze lorde, pari a circa un quinto del Pil e al 20% del totale dei prestiti del sistema. È in gioco la ripresa di un’economia anemica.

Lo ha sottolineato anche all’agenzia di stampa Adnkronos Mirko Sanna, specialista del comparto bancario presso Standard & Poor’s. “A nostro avviso per risolvere questo problema è necessario un miglioramento del contesto economico maggiore di quello che stiamo vedendo ma anche la formazione di un mercato secondario dei crediti deteriorati. E anche grazie agli strumenti e alle iniziative che il governo ha posto in essere questo sarà più facile, ma serve qualcosa di più”.

Sicuramente, aggiunge l’analista, servirebbe “un’accelerazione dei tempi di recupero delle sofferenze, che al momento è molto lento in Italia”. E poi altre “normative più favorevoli potrebbero aiutare questo sistema”.

 Il consolidamento del settore è “un’opportunità ma anche una necessità per il sistema bancario”, che con oltre 500 banche attive è ancora “molto frammentato, con un problema di economia di scala e di efficienza da risolvere”.

Il consolidamento in particolare “aiuterà le banche ad affrontare il problema della riduzione dei costi e a migliorare anche la possibilità di incrementare i ricavi in un contesto molto difficile per l’economia”.

Fonte: Financial Times