Crisi banche, Fmi: Italia può scatenare effetto a catena

13 Aprile 2016, di Daniele Chicca

NEW YORK (WSI) – Un giorno dopo aver tagliato le previsioni sull’economia mondiale, il Fondo monetario internazionale ha avvertito circa i rischi di una nuova crisi finanziaria. Nel suo rapporto semestrale sulla stabilità finanziaria, il Global Financial Stability, l’organizzazione di Washington ha puntato il dito contro lo stato pericolante delle banche dell’area periferica, quella meno virtuosa, e dell’Italia in particolare.

Nel caso in cui si dovessero ripetere le turbolenze di mercato viste durante la recessione del 2008-2009 scatenata dallo scoppio della crisi dei mutui subprime, la produzione mondiale sarebbe ridotta del 4% nei prossimi cinque anni.

Per questo è necessario e urgente che i problemi delle banche dell’Eurozona più travagliate vengano risolti presto. Un terzo di questi istituti hanno davanti a sè “ostacoli significativi” da superare per poter ottenere una redditività sostenibile.

I rischi per la stabilità finanziaria globale sono aumentati rispetto a ottobre. I sistemi bancari più pericolanti in febbraio sono risultati essere quello greco e italiano, ma anche portoghese e tedesco. Cos’hanno in comune? Tutti presentano fattori simili: problemi strutturali, alti livelli di non-performing loans, e modelli di business attuati male”.

Per ottenere una politica più efficace e bilanciata che riesca a rilanciare la crescita, rinfocolare l’inflazione e garantire la stabilità finanziaria urgono misure di intervento. Altrimenti potrebbero verificarsi nuove indesiderate turbolenze di mercato.

Se gli investitori incominciassero a chiedere tassi di interesse più alti in un contesto di irrigidimento delle condizioni creditizie, si creerebbe “un circolo vizioso costituito da fiducia debole, bassa crescita economica e bassa inflazione, aumento del debito“. Un po’ come quanto si è visto durante la crisi del debito sovrano europea.

Italia mela marcia

L’Italia ha appena varato un piano di aiuti privati al settore delle banche regionale che non sono riuscite a porre rimedio al problema dei crediti inesigibili, ossia quelli che non verranno mai ripagati, ammassati in portafoglio e alla carenza di liquidità.

Quei crediti sono contratti da un esercito di aziende zombie, costrette a spendere tutti i risparmi rimasti per ripagare gli interessi sui prestiti. È una situazione che finisce per zavorrare le attività del settore manifatturiero italiano, che rimane molto vasto.

Le sofferenze bancarie sono ancora troppe, pari a un terzo dei prestiti totali (900 miliardi di euro). Sono numeri che dimostrano come un piano di aiuti come quello del fondo Atlante da 6 miliardi non sia adeguato per risolvere una volta per tutte il problema dei non-performing loans.

L’Fmi è preoccupato più per l’anello debole della catena, che dalle statistiche riguardanti l’intero settore bancario europeo. Un’eventuale crisi in Italia scatenerebbe un effetto a catena nella regione, che metterebbe in crisi anche le banche in salute.

No a bail-in a tutti i costi

L’Fmi ha poi espresso cautela sul nuovo regime di bail-in introdotto in Europa dal primo gennaio, sottolineando come gli aiuti pubblici possano essere ancora utili in certi casi e l’ipotesi di chiedere uno sforzo direttamente ai contribuenti non va esclusa a priori.

“Nell’ambito di una crisi il sostegno pubblico potrebbe essere ancora necessario“, avverte l’istituzione di Washington nel suo rapporto sulla stabilità finanziaria.

In particolare nel rapporto si suggerisce di “attuare con cautela” la combinazione delle regole Ue sugli aiuti di Stato con la nuova direttiva sulla risoluzione delle crisi bancarie, che cerca di evitare i salvataggi effettuati usando fondi pubblici. “Sono meccanismi importanti di controllo delle distorsioni di mercato, ma andrebbero attuati con cautela“.

Soprattutto, applicare la nuova direttiva sul bail-in – ossia il piano di salvataggio degli istituti in crisi che viene finanziato da azionisti e obbligazionisti, nonché correntisti con più di 100mila euro in banca – diventa difficile senza che vengano arrecati danni a tutti gli obbligazionisti.