Pil Usa delude, Trump punta in alto. Rischio escalation guerra valutaria

28 febbraio 2017, di Laura Naka Antonelli

Risollevare i fondamentali dell’economia Usa, ancora ben lontani dal raggiungere il loro potenziale: è questa la sfida del neopresidente Donald Trump, che si appresta a parlare al Congresso per illustrare i suoi piani di politica economica. Il suo discorso arriva nello stesso giorno in cui negli Stati Uniti viene resa nota la prima revisione del Pil del quarto trimestre.

I numeri non solo non sono convincenti, ma sollevano non pochi dubbi sullo stato di salute dell’economia numero uno al mondo, che nel giro di un trimestre ha assistito a un indebolimento del ritmo di crescita dal +3,5% (del terzo trimestre) ad appena +1,9%: questo è stato infatti l’incremento del Pil negli ultimi tre mesi del 2016, su base annua: in linea con il dato preliminare, ma inferiore al consensus degli analisti, che si aspettava una revisione al rialzo del dato a +2,1%.

E nell’intero 2016, stando a quanto reso noto sempre dal dipartimento del Commercio Usa, la crescita del Pil è stata di appena +1,6%, al ritmo peggiore dal 2011. Il 2016 è stato inoltre l’undicesimo anno consecutivo in cui l’economia americana non è riuscita a salire al suo potenziale, che si aggira attorno a +3%.

Stupisce che non sia bastato neanche il contributo delle spese per consumi, nel quarto trimestre, a rendere possibile una revisione al rialzo del dato complessivo. Gli acquisti dei consumatori sono stati infatti rivisti al rialzo a +3% rispetto al +2,5% del Pil preliminare, ed è noto che negli Stati Uniti sono i consumi che incidono maggiormente sulla crescita dell’economia.

Mentre gli investitori tentavano di digerire i vari numeri snocciolati dal dipartimento del Commercio Usa, Donald Trump veniva intervistato da Fox News. Alla domanda dei giornalisti, su come la sua amministrazione intenda finanziare l’aumento delle spese militari per $54 miliardi-come da lui annunciato –  e all’osservazione sul fatto che non ci sono le risorse sufficienti di budget a coprire tali incrementi, Trump ha risposto:

“Beh, credo che i soldi arriveranno da una accelerazione dell’economia. Intendo dire, guardate al tipo di dati che stanno uscendo..se riuscissimo a portare la crescita del Pil da poco più dell’1% a +3% o anche più, ci troveremmo in un contesto completamente diverso..Ed è questo quanto intendiamo fare”. Trump ha promesso che, con le riforme della sua amministrazione, gli Usa finiranno per avere “il più grande esercito di sempre”.

E come avverrà questa crescita? Trump intende puntare su una sorta di bazooka fiscale, per inaugurare un nuovo periodo caratterizzato da misure per aumentare le spese per le infrastrutture e poderosi tagli alle tasse.  Ma Trump potrebbe far leva anche sul mercato del forex, provocando un’escalation della guerra valutaria, al fine di rendere più appetibili le esportazioni Usa nel mondo.

Dal comunicato diramato dal dipartimento del Commercio e relativo al Pil si legge tra l’altro che:

“L’aumento del Pil reale nel quarto trimestre riflette i contributi positivi che arrivano dal PCE (spese per consumi personali), dagli investimenti privati sulle scorte, dagli investimenti fissi residenziali e non residenziali, e dalle spese locali e statali. Tuttavia questi aumenti sono stati in parte compensati dai contributi negativi arrivati dalle esportazioni e dalle spese federali. Le importazioni, che sottraggono crescita al Pil, sono aumentate”.

Dunque, Trump potrebbe sfruttare gli stessi numeri provenienti dal fronte macroeconomico come alibi di eventuali sue scelte a favore del protezionismo, per cercare di ridare fiato soprattutto alla componente delle esportazioni. Componente che risulta indebolita, come certifica l’altro dato reso noto oggi, quello relativo al deficit commerciale dei beni di gennaio, che si è attestato a $69,2 miliardi, a un livello più alto rispetto alle attese di $66 miliardi e in decisa crescita rispetto ai $64,4 miliardi di dicembre.

Soprattutto, il valore del deficit è stato il secondo più alto dall’agosto del 2008, dunque in ben nove anni.

Ma quali implicazioni ha il Pil appena reso noto sulle prossime mosse della Fed? Così, stando quanto riporta il Guardian, Oliver Kolodseike, economista senior presso il Centre for Economics and Business Research:

“Sebbene lievemente deludente, è improbabile che la pubblicazione (del dato) cambi in modo significativo il sentiment della Fed. Con gli ordini di beni durevoli e le vendite al dettaglio migliori delle attese, e dunque con le aspettative di una ripresa dell’economia Usa all’inizio del 2017, e con l’inflazione vicina al record in cinque anni, il Centre for Economics and Business Research prevede tre rialzi dei tassi nel 2017; a nostro avviso, maggio potrebbe essere il punto di partenza più probabile per dare il via a un processo di normalizzazione della politica monetaria. Crediamo che il numero uno Janet Yellen utilizzerà la riunione (della Fed) di marzo per preparare i mercati a una manovra nel meeting successivo, dopo le critiche che le sono piombate addosso l’anno scorso, a causa dell’assenza di chiarezza nella comunicazione sul trend dei tassi”.

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