Soros, le GACS e le pmi: una soluzione innovativa per i crediti inesigibili

2 dicembre 2018, di Avv. Dino Crivellari

“Riteniamo che si sia persa una opportunità fondamentale quando, in risposta alla crisi, i costi del risanamento sono stati orientati a favore dei creditori rispetto ai debitori e che questo abbia contribuito alla prolungata stagnazione successiva alla crisi. Le ramificazioni sociali e politiche di questa mancata opportunità sono state profonde”.

Se questo l’avessero scritto il compianto Luciano Gallino, Joseph Stigliz o Yaris Varoufakis, nessuno si sarebbe stupito. Ma l’articolo (Il Sole 24 Ore del 22 settembre 2018) è firmato da Rob Johnson e George Soros, due signori non certo di sinistra o lontani dal mondo della finanza.

I due autori si spingono a dire: “un uso più efficace ed equo del denaro dei contribuenti sarebbe stato quello di ridurre il valore dei mutui detenuti dai cittadini così da rispecchiare il calo dei prezzi delle case”.

Quello che stupisce è che queste giuste considerazioni non siano state riprese da nessuno e che anche tutta la Politica continui a pensare che il problema annoso dei crediti deteriorati si debba affrontare ancora solo dal punto di vista della sostenibilità e della stabilità del sistema bancario.

Non stupisce che i partiti sconfitti alle ultime elezioni abbiano dimenticato l’argomento: troppo stretti sono stati i loro rapporti con la finanza internazionale, unica beneficiaria della normativa sulle GACS da loro inventate.

Stupisce di più che questi argomenti sembrino sfuggire anche a coloro che pure , nella precedente legislatura , si erano tanto impegnati per il varo del cosiddetto “giubileo bancario”, un provvedimento che aveva come obiettivo quello di risolvere il problema del sovraccarico di crediti deteriorati delle banche, dovuto alla lunga crisi, mettendo in condizione i debitori di pagare quanto nelle loro possibilità senza gravare i conti pubblici e senza favorire i guadagni di fondi speculativi.

Praticamente una norma analoga al condono fiscale di cui tanto si parla, ma senza alcun onere per lo Stato. Eppure basterebbe leggere la lucida , e come al solito chiarissima, esposizione di Paolo Angelini, vicecapo della vigilanza di Banca d’Italia, a un convegno a Roma sugli npls del 9 ottobre scorso.

Angelini avverte: attenzione, le cessioni massive non sono la mano santa se non per chi compra a 10 quello che vale 40. E ancora: le banche specializzate nella gestione di npls hanno redditività a due cifre che le banche commerciali cedenti si sono scordate da anni. Meditate banchieri commerciali, è la conclusione di Angelini. L’ invito neanche troppo implicito è a soppesare con attenzione l’opzione “gestione interna” degli Npls contro cessioni massive sul mercato. Ma non è una novità per la Banca d’Italia.

Addirittura la ESRB, l’autorità europea sui rischi sistemici, presieduta da Mario Draghi, afferma che vanno considerati i rischi di uno smaltimento troppo veloce degli Npls. Il che sembra un po’ in contrasto con le tante pressioni che si fanno da parte di autorità europee sulle banche perché si liberino della zavorra dei crediti deteriorati.

Sta ormai diventando un leitmotiv che salvare le banche (assolutamente necessario) non deve necessariamente significare abbandonare i debitori nelle mani degli speculatori che poi si comprano le banche con i guadagni che realizzano grazie ai prezzi stracciati con cui comprano gli NPls delle stesse banche.

Lo dicono tutti, accademici , economisti e autorità di vigilanza. E i politici? Il giubileo bancario non è stato ripreso nel contratto di governo da quegli stessi partiti che a suo tempo lo avevano sostenuto. Eppure la situazione dei debitori (e quindi delle banche e dell’economia nel suo complesso ) non è così migliorata.

È vero che nei bilanci bancari le sofferenze sono parecchio diminuite, ma questo è dovuto in gran parte alle cartolarizzazioni assistite dalle Gacs che, ulteriormente prorogate, potrebbero portare a 100 miliardi di NPls ceduti dalle banche ai fondi.

Come è ben noto , queste operazioni non sono indolori per le banche cedenti perché le costringono a registrare perdite significative per il semplice motivo che i fondi sono acquirenti solo se guadagnano, doverosamente , la differenza tra il prezzo pagato ed il valore di recupero del singolo credito.

Le perdite che registrano le banche debbono essere ripianate con aumenti di capitale, ma come sostenuto da Corrado Barbagallo, capo della vigilanza della Banca d’Italia, al convegno di Assolombarda del 12 novembre 2018, “per accumulare capitale ( sul mercato o attraverso autofinanziamento ) le banche europee devono risultare profittevoli, mentre oggi, per numerosi motivi, la redditività di gran parte delle banche significative è inferiore al costo medio del capitale”.

Nonostante queste chiare preoccupazioni , che non potranno che accentuarsi con la prossima (per fortuna non istantanea ) applicazione del famigerato Addendum alle Linee guida BCE sugli Npls, non pare che si vogliano tentare strade diverse da quelle di favorire la cessione massiva di crediti deteriorati.

Anzi tutti gli operatori si stanno organizzando per cedere massivamente anche gli UTP , i vecchi incagli , cioè le posizioni di quei debitori che non sono ancora a sofferenza , ma che hanno comunque criticità creditizie.

Ancora una volta sembra che per salvare le banche dalla prossima crisi sia necessario sacrificare i debitori trasferendoli ad una gestione di tipo liquidatorio anche se non sono ancora del tutto insolventi o economicamente marginalizzati sul mercato.

Se si trattasse di volumi e numerosità marginali, la soluzione liquidatoria potrebbe essere “sana”: le aziende non più competitive è bene che escano dal mercato nel più breve tempo possibile lasciando spazio alle migliori che potranno così creare più valore per la collettività.Purtroppo non è così. Gli UTP ammontano a circa 100 miliardi e riguardano diverse decine di migliaia di clienti affidati delle banche, in prevalenza PMI.

Le aziende in crisi lo sono per mille motivi, ma se non si vuole buttare via il bambino con l’acqua sporca è doveroso fare una cernita ed evitare che imprese industrialmente e tecnicamente in grado di stare sul mercato vengano espulse e liquidate attraverso le cessioni massive quando potrebbero essere (e, in alcuni casi, andrebbero) salvate.

Sono numerosissime le imprese che vengono classificate a sofferenza o ad UTP solo per motivi finanziari cioè solo perché non vengono più sostenute dalle banche in credit crunch , costrettevi dalle stringenti regole sul capitale e sui rischi e dall’ onda lunga della crisi del 2008.

Molte di queste imprese avrebbero solo bisogno di “comprare tempo”. Questo è particolarmente evidente , per esempio, nel comparto delle costruzioni e delle opere pubbliche. La crisi del mercato immobiliare e l’inefficienza della pubblica amministrazione hanno portato a situazioni di crisi finanziaria imprese che non vendevano e che non vendono fumo, ma hanno lavori in corso , costruzioni portate quasi a termine , eccetera.

Per queste imprese guadagnare tempo può essere la salvezza. Non avere tempo significa arrivare quanto prima a svendere il patrimonio o il magazzino lavori con perdite di professionalità, avviamento, posti di lavoro, gettito fiscale, patrimoni personali e così via.

Uno dei modi per affrontare questo problema è far intervenire lo Stato, non per finanziare le attività di queste imprese né per garantire i loro affidamenti bancari, ma per consentire loro di guadagnare tempo e attendere che il segno congiunturale si inverta, rimettendo in moto la loro finanza grazie ad un mercato non più recessivo.

Il momento sembra opportuno

La recessione è stata dichiarata ufficialmente superata (speriamo) e quindi è probabile che nei prossimi anni la domanda interna torni a crescere. Così come, giustamente, si è voluto salvaguardare ,fin dove possibile , la stabilità del sistema bancario , ora è il momento di intervenire, fin dove possibile , per tutelare l’economia reale, cioè le imprese. Non sfuggono né il vincolo del debito pubblico né il divieto di aiuti di Stato. Quindi qualunque intervento deve essere coerente con entrambi i limiti.

Una delle ipotesi allo studio prevede che lo Stato , tramite un fondo dedicato , possa fungere da “assicuratore ” delle eventuali perdite delle banche conseguenti al default di piani di rientro di debitori critici, percependo un premio di mercato per il rischio assunto.

Un intervento così concepito dovrebbe superare senz’altro lo scoglio dell’aiuto di Stato specie se realizzato con coassicuratori privati. Sotto il profilo dell’impegno di denaro pubblico l’impatto è da considerare molto limitato e comunque rinviato nel tempo. Alcuni aspetti di dettaglio chiariranno.

Il provvedimento non dovrebbe essere generalizzato , ma dovrebbe servire a “comprare tempo” per le PMI indebitate con le banche cui hanno prestato garanzie reali ( ipoteca di primo grado su immobili civili e industriali ) ovvero che vantino crediti nei confronti della PA per opere pubbliche o prestazioni di servizi ma siano comunque già classificate a UTP (incagli) o sofferenza.

L’impresa con tali caratteristiche presenta un piano di rientro realistico e sostenibile con una durata non superiore a vent’anni. Questo piano viene vagliato preventivamente dall’organismo di gestione del fondo statale (o meglio misto pubblico/privato), il quale ,se condivide il piano, assicura che presterà la copertura di garanzia del fondo in predeterminati limiti ed a specifiche condizioni di sostenibilità .

La garanzia del fondo non dovrebbe superare ad esempio i 3/4 milioni per posizione e l’80% dell’esposizione oggetto del nuovo piano di rientro. Se il credito è stato ceduto dalla banca in un’operazione di cartolarizzazione, la garanzia non dovrebbe coprire un valore superiore all’80% del prezzo di acquisto del credito.

Una differenziazione e’ opportuna tra UTP e sofferenze: nel primo caso l’80% in linea capitale dell’ esposizione ripianificata , nel secondo caso l’ 80% del valore netto di bilancio dell’esposizione dell’intermediario. Questi limiti sono necessari sia per evitare ipercollateralizzazioni che stimolino arbitraggi e moral hazard sia dell’impresa che dell’intermediario, sia perché lo Stato non è opportuno che garantisca i guadagni delle banche , ma solo, e parzialmente, il capitale prestato.

Con la stessa logica appare opportuna l’esclusione dalla copertura del Fondo degli interessi di mora e corrispettivi pregressi e futuri e la previsione di un riallineamento del tasso degli interessi corrispettivi futuri ai valori di mercato dei crediti in bonis.È normale infatti che ai crediti classificati le banche applichino tassi più elevati, prossimi al tasso soglia della legge sull’usura, per coprire il rischio di credito crescente.

Una volta approvato dal gestore del fondo di garanzia, il piano di rientro viene presentato dal cliente all’intermediario il quale potrà aderire o meno sulla base della propria autonoma e libera valutazione di opportunità e convenienza.

In caso positivo l’intermediario sarà tenuto a versare al fondo un premio per il rischio a prezzi di mercato, potendosi rivalere di questo onere per non più del x% nei confronti del cliente.

La vera novità di questa impostazione è che la garanzia del fondo non è “concorrente” con le altre garanzie che già assistono l’operazione creditizia, ma è di “ultima istanza” e può essere escussa, qualora il piano di rientro non venga rispettato, sempre che l’intermediario abbia preventivamente coltivato con diligenza ed efficacia le azioni di recupero del credito , realizzando il realizzabile dall’escussione del patrimonio del debitore insolvente e dei suoi garanti.

In pratica il fondo garantirebbe/assicurerebbe la sola perdita netta , certificata da un revisore legale, registrata nel bilancio pubblico dell’intermediario.

Un provvedimento di questo tipo avrebbe i seguenti benefici per imprese, intermediari e sistema.

Per le imprese:

  • “Comprare tempo” per portare avanti le attività produttive avviate che, a causa del credit crunch, non sono più state sostenute finanziariamente dalle banche;
  • ridurre l’onere del debito tornando a tassi di mercato analoghi a quelli dei crediti in bonis;
  • Valorizzare adeguatamente, in una prospettiva di ripresa congiunturale , il patrimonio posto a garanzia dell’esposizione creditizia evitandone la dispersione e svalorizzazione conseguente alle procedure esecutive o fallimentari;
  • Rientrare in bonis con il sistema bancario.

Per gli intermediari:

  • Beneficiare di una futura ponderazione zero con liberazione di capitale regolamentare;
  • Evitare le conseguenze dannose in termini economici e patrimoniali delle cessioni massive a prezzi di mercato;
  • Acquisire una garanzia pubblica a prezzi di mercato che assicuri il danno della perdita economica in caso di default del nuovo piano di rientro;
  • Evitare di dover applicare alle posizioni classificate i rigidi criteri di accantonamenti prudenziali imposti dai Regolatori.
  • limitare le conseguenze su conto economico e patrimonio delle perdite derivanti da cessioni massive .

Per il sistema:

  • Mettere migliaia di PMI in condizione di poter riprendere l’attività produttiva intercettando il cambio di segno della congiuntura;
  • Contenere l’impatto sui livelli occupazionali che deriverebbe dal trasferimento a gestioni liquidatorie (quelle dei fondi ) di migliaia di PMI in debito di ossigeno finanziario con patrimoni rispondenti e modelli produttivi non marginalizzati dal mercato;
  • Contenere gli effetti negativi sul gettito fiscale delle banche costrette altrimenti a proseguire nelle cessioni massive di UTP e sofferenze registrando le relative perdite;
  • Limitare l’ impegno statale sulle Gacs, strumento su cui si stanno facendo profonde riflessioni persino nel Parlamento europeo dove si sono accorti che, grazie alla garanzia dello Stato, i portafogli di npls vengono venduti a prezzi superiori a quelli di mercato, con una parziale minore perdita delle banche, ma con un rischio quasi certo che lo Stato dovrà intervenire avendo garantito il guadagno dei fondi di investimento (vedi figura sotto);
  • rinviare nel tempo medio lungo gli esborsi a carico dello Stato poiché la garanzia, limitata alla perdita finale della banca potrà essere escussa solo al termine delle azioni di recupero nei confronti del debitore. Impostazione completamente diversa dalle altre forme di garanzia “concorrente” e solidale con il debitore normalmente applicate per favorire le pmi.
  • conseguire effetti anticiclici sulla stabilità del sistema bancario aggravato ora dalla crescita dello spread.

Si tratterebbe pur sempre di un provvedimento di natura straordinaria e non ripetibile, tant’e’ che andrebbe limitato alle posizioni classificate UTP o sofferenza fino ad una data risalente, anche di pochi mesi rispetto al provvedimento, e comunque con un predeterminato termine (24 mesi?) per la proposizione delle domande di intervento al fondo.

Sarebbe questo un provvedimento in linea con le sagge riflessioni di Soros e di tanti altri che sostengono essere stato un grave errore dei governi usare i soldi dei contribuenti solo per tentare di salvare le banche, che vivono e prosperano allorquando l’economia reale è florida, senza curarsi di rimettere i debitori che ce la possono fare in condizione di tornare a produrre, creare valore, pagare stipendi, pagare le tasse, consumare.

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