Referendum: se vincono i No, Mps salvata con i soldi pubblici

1 dicembre 2016, di Daniele Chicca

Molti investitori temono che il settore bancario italiano sarebbe condannato in caso di vittoria del fronte del No al referendum costituzionale di domenica, un esito che sembra sempre più probabile visti gli ultimi sondaggi pre voto. In quel caso società come Mps e UniCredit potrebbero vedere complicarsi seriamente i piani di ricapitalizzazione e sarebbero costrette a ricorrere agli aiuti di Stato.

Le norme dell’Unione Europea, tuttavia, non consentono più il ricorso agli aiuti pubblici e dal primo gennaio è previsto che scatti il bail-in, ossia il programma di messa in sicurezza di una banca in crisi grazie ai sacrifici di obbligazionisti, azionisti e correntisti con più di 100mila euro depositati.

Stando alle indiscrezioni stampa un’opzione al vaglio del management sarebbe quella di passare a una ricapitalizzazione precauzionale dello Stato. Se la banca più antica del mondo avrà bisogno di aiuti, potrebbe per prima cosa richiedere il burden sharing. Lo ha spiegato a Reuters il Cfo Francesco Mele: “Vedremo se dopo il referendum costituzionale ci saranno le condizioni per avviare sottoscrizioni” dell’aumento di capitale.

Se la banca non riuscirà a trovare il suo salvatore, un anchor investor disposto a investire nel maxi piano di rafforzamento patrimoniale, l’operazione salterà e i bond oggetto della conversione saranno restituiti. Mele ha spiegato quali saranno le conseguenze di tale scenario negativo: “se fallisce l’aumento di capitale sul mercato, un’opzione potrebbe essere la ricapitalizzazione precauzionale dello Stato“, un’operazione tollerata dalle norme europee.

In caso di dissesto di una banca, fino al 31 dicembre 2015, come spiega anche la Banca d’Italia, “era previsto che prima del coinvolgimento di fondi pubblici venisse attuata la riduzione del valore nominale delle azioni e delle obbligazioni subordinate“. Oggi, anche dopo quella data, prima di ricorrere al bail-in – che è andato a sostituire il regime di aiuti statali (bailout) – la banca può tentare di percorrere la strada “meno dolorosa” per i correntisti e gli obbligazionisti: il burden sharing.

Con il bail-in, come si è visto bene con il crac delle quattro banche regionali alla fine dell’anno scorso, non sono solo titoli di Borsa e obbligazioni subordinate a essere svalutati, bensì tutti i bond. I detentori di questi crediti sono chiamati a subire una riduzione del valore nominale dei titoli in loro possesso. Con il burden sharing sono azionisti e obbligazionisti a essere coinvolti in prima istanza nella risoluzione.

Mps salvata dai cittadini e UniCredit svenduta

Per quanto riguarda Mps, la messa in sicurezza dell’istituto di Siena passa per ora attraverso la conversione “volontaria” dei bond subordinati in azioni, che è già una sorta di bail-in mascherato per gli obbligazionisti di titoli del credito rischiosi. L’operazione permetterà a Mps di recuperare 1-1,5 miliardi dei 5 contemplati nel piano di ricapitalizzazione. Se dopo il referendum il piano dell’AD Marco Morelli, con la supervisione di JP Morgan, fallisce, scatteranno ricapitalizzazione precauzionale dello Stato e aiuti pubblici via burden sharing.

Nel caso di UniCredit, invece, il rischio non è tanto quello di non trovare investitori, ma che a questi prezzi la prima banca per fatturato e l’unica del nostro paese considerata di importanza sistemica (G-Sibs) sia “svenduta” a una grande big internazionale. Negli ultimi tempi si parla di una fusione con la francese Societe Generale.

Anche gli analisti di Equita SIM si sono soffermati sul momento critico e il punto di svolta per il settore bancario italiano: “la ristrutturazione del settore bancario ha fatto significativi passi avanti, ma stiamo per entrare nella fase cruciale dell’operazione Mps ed inoltre il salvataggio di Vicenza e Veneto, come evidenziato dai risultati del primo semestre, richiede nuove iniezioni di capitale“.

La situazione più critica rimane quella di Mps. Negando l’ipotesi di ricorso al bailout e al bail-in, il ministro del Tesoro Pier Carlo Padoan aveva assicurato a ottobre che i contribuenti e i risparmiatori non avrebbero dovuto sborsare un centesimo per il piano di salvataggio.

Perché ciò si verifichi sul serio, però, manca il sostegno finanziario del settore privato all’aumento di capitale da 5 miliardi approvato dall’assemblea dei soci. Il management deve ancora trovare super investitori a lungo termine disposti a partecipare all’ambizioso piano di rafforzamento patrimoniale di Mps.

La terza banca d’Italia spera che il Qatar o altri anchor investor potenziali si facciano vivi entro la fine di questa settimana. Sul tavolo c’è un accordo preliminare di massima con Attestor e in programma c’è un vertice con George Soros. Domenica si vota per decidere se approvare o meno le riforme costituzionali volute dal governo Renzi. In caso di sconfitta, l’esecutivo entrerebbe sicuramente in una fase difficile, con il premier che rassegnerebbe probabilmente le dimissioni. Il caos politico potrebbe provocare il fallimento programmato delle sistema bancario. Le banche piene di crediti deteriorati sarebbero condannate.

La situazione si farebbe difficile per Mps, in particolare. Come hanno dimostrato gli ultimi stress test della Bce, l’istituto è in deficit patrimoniale grave. Non sorprende che siano pochi gli investitori pronti a partecipare all’aumento di capitale della banca. Un voto contrario nel referendum del 4 dicembre non farebbe che amplificare le paure del mercato, che è già preoccupato per la stabilità finanziaria e politica dell’Italia, un paese fortemente indebitato che non cresce da 20 anni.

Nell’ambito dell’operazione di conversione dei titoli, intanto, il Monte ha acquistato subordinati Upper Tier II 2008-2018 per 3.449.000 euro e ne ha venduti per un controvalore di 1.867 milioni. Nel primo caso si tratta di 188 operazioni di acquisto al prezzo medio ponderato di 61,67 e al prezzo massimo di 63 euro. Nel secondo caso le operazioni di vendita sono 28 al prezzo medio ponderato di 63,29 euro.

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