Welfare tra peggiori Ue, l’Italia dimentica giovani e anziani

20 Maggio 2016, di Laura Naka Antonelli

ROMA (WSI) – Il welfare dell’Italia è tra i peggiori in Ue e la spesa per le le pensioni, anche se rallentata negli ultimi anni, è salita fino al 17,2% del PIL. L’Italia si conferma inoltre un paese di vecchi ringiovanito dagli stranieri, caratterizzato da un esercito di giovani Neet, ovvero giovani che non studiano e non lavorano, superiore a 2 milioni di unità. E’ finita ormai l’era del posto fisso, e dopo gli studi, per i giovani ci sono soprattutto lavori a termine. Altro fattore a cui ‘brindare’ è che la laurea non premia i giovani.

Un’Italia vecchia e stanca, quella che emerge dal rapporto annuale dell’Istat, dove i più deboli e gli anziani rischiano di soccombere, se si considera l’indebolimento della rete di protezione sociale, ovvero del welfare. A confermare lo scenario di una Italia allo sbando è la previsione sull’occupazione del 2025:

“Da un esercizio statistico sul decennio 2015-2025 emerge che le dinamiche demografiche comporteranno un miglioramento piuttosto modesto del grado di utilizzo dell’offerta di lavoro. Nel 2025 il tasso di occupazione resterà dunque prossimo a quello del 2010, a meno che non intervengano politiche di sostegno alla domanda di beni e servizi e un ampliamento della base produttiva”.

Tornando al welfare, dal rapporto annuale emerge che:

“in Italia la disuguaglianza nella distribuzione del reddito è aumentata da 0,40 a 0,51 (indice di Gini) tra il 1990 e il 2010: si tratta dell’incremento più alto tra i paesi per i quali sono disponibili i dati (…) tra quelli europei il sistema di protezione sociale del nostro paese è uno dei meno efficaci. Nel 2014 la quota di persone a rischio povertà si è ridotta di 5,3 punti dopo i trasferimenti (da 24,7% a 19,4%) a fronte di una riduzione media nell’Ue a 27 di 8,9 punti”. Ancora, sul tema: “La differenza di genere è una delle principali fonti di disuguaglianza nella distribuzione dei redditi lordi da lavoro sul mercato. Per gli uomini occupati è relativamente più facile che per le occupate raggiungere livelli più elevati di reddito”. Continuando: “Il vantaggio degli individui con status di partenza ‘alto’ (ossia che a 14 anni vivevano in casa di proprietà e che avevano almeno un genitore con istruzione universitaria e professione manageriale), rispetto agli individui che invece provenivano da famiglie di status ‘basso’ (ossia con genitori al più con istruzione e professione di livello basso e con casa in affitto) è più basso in Francia (37%) e in Danimarca (39%), mentre è molto forte nel Regno Unito (79%), in Italia (63%) e Spagna (51%)”.

Sulla spesa pensionistica:

“Gli interventi normativi varati a partire dagli anni Novanta non sono riusciti a interrompere la crescita della spesa pensionistica, pur rallentandola, in misura consistente: se nel 1984 superava del 77,5% quella sostenuta nel 1975, nei decenni successivi il ritmo di crescita ha subito una netta decelerazione (+10,5% nel 2014 sul 2005)”. Il rallentamento “non ha fermato il progressivo innalzamento dell’incidenza della spesa pensionistica sul Pil, al 17,2% nel 2014”. I “nuovi pensionati di vecchiaia si concentrano nella classe di reddito più elevata: il 34,7% percepisce infatti un reddito superiore al valore del quarto quintile. I nuovi pensionati del 2014 ricevono quindi prestazioni più alte di quelli del 2003, in conseguenza di carriere lavorative e contributive più lunghe e regolari, ma anche perchè il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo non ha ancora dispiegato effetti diffusi”.

Passando a come si sta trasformando la società italiana:

A partire dalla metà degli anni Settanta la capacità di crescita demografica del Paese si attenua molto, tanto che al censimento del 2001 l’ammontare dei residenti in Italia è poco al di sotto dei 57 milioni rispetto ai 56,5 milioni del 1981. Dagli anni 2000 la popolazione cresce in modo più sostenuto ma solo grazie ai flussi migratori dall’estero che si fanno sempre più consistenti. L’Italia si conferma tra i paesi più invecchiati al mondo insieme a Giappone (indice di vecchiaia pari a 204,9 nel 2015) e Germania (159,9 nel 2015). “E si segna il nuovo minimo storico dall’Unità d’Italia per le nascite: nel 2015 sono state 488mila, 15mila in meno rispetto al 2014. Per il quinto anno consecutivo diminuisce la fecondità: solo 1,35 i figli per donna. I decessi hanno invece raggiunto quota 653mila unità, 54 mila in più dell’anno precedente (+9,1%)”

Sul problema occupazione:

“Nel 2015 gli occupati sono 22,5 milioni, 186.000 in più sull’anno (+0,8%). Malgrado la crescita sia per metà concentrata nel Mezzogiorno, i divari territoriali rimangono accentuati: risultano occupate oltre sei persone su dieci nel Centro-nord e quattro su dieci nel Mezzogiorno”. Si ravvisa un aumento dell’occupazione più forte tra gli uomini (+1,1% rispetto a +0,5%) ma, in un confronto intertemporale più ampio, mentre le donne superano di 110.000 unità il numero di occupate del 2008, gli uomini sono ancora sotto di 736.000″. In generale, “il tasso di occupazione degli uomini sale al 65,5% nell’ultimo anno (+0,8 punti sul precedente), mentre quello delle donne si attesta al 47,2%, +0,3 punti sull’anno ma circa 13 in meno della media Ue”.

Altra brutta notizia: la staffetta generazionale tra giovani e anziani sul lavoro non è facile da realizzare in Italia.

“Il confronto tra i 15-34enni occupati da non più di tre anni al primo lavoro e le persone con più di 54 anni andate in pensione negli ultimi tre anni fa emergere la difficile sostituibilità ‘posto per posto’ di giovani e anziani (…) Infatti, mentre i giovani entrano soprattutto nei servizi privati (319.000 nei comparti del commercio, alberghi e ristoranti e servizi alle imprese, a fronte dei 130.000 in uscita), in altri settori le uscite non sono rimpiazzate dalle entrate (125.000 escono da pubblica amministrazione e istruzione contro 37.000 entrate)”. Sempre in riferimento al 2015 “sono più di 2,3 milioni i giovani di 15-29 anni non occupati e non in formazione (Neet), di cui tre su quattro vorrebbero lavorare”. I “Neet sono aumentati di oltre mezzo milione sul 2008 ma diminuiscono di 64.000 unità nell’ultimo anno (-2,7%)” e “l’incidenza dei Neet sui giovani di 15-29 anni è al 25,7% (+6,4 punti percentuali sul 2008 e -0,6 punti sul 2014). La condizione di Neet è più diffusa tra gli stranieri (35,4%), nel Mezzogiorno (35,3%) e tra le donne (27,1%), specie se madri (64,9%)”.

Chi si laurea non ha maggiori probabilità di trovare una occupazione.

“Il vantaggio occupazionale conquistato dalle generazioni più anziane con l’investimento in istruzione non coinvolge quelle più giovani, particolarmente penalizzate dalla crisi: il tasso di occupazione di un laureato di 30-34 anni dal 79,5% nel 2005 cade al 73,7% dieci anni dopo e “nel 2015, a tre anni dal conseguimento del titolo, risulta occupato il 72% dei laureati (77,1% nel 1991) e il 53,2% ha trovato un’occupazione ottimale, ossia caratterizzata da un contratto standard, altamente qualificata e di durata medio-lunga”.

Si può parlare di fine dei tempi in cui il posto di lavoro era fisso: “il percorso più tradizionale, in cui alla fine degli studi segue un lavoro permanente, è stato via via sostituito dall’ingresso con lavori a termine. La quota di uomini che a 30 anni hanno concluso gli studi e ottenuto un impiego stabile passa dal 69,9% fra i nati negli anni Cinquanta al 58,6% fra quelli venuti al mondo nei Settanta”. Ancora, il continuare a studiare e “il conseguente rinvio dell’ingresso nell’occupazione e l’introduzione di forme flessibili di lavoro, fanno emergere alcune differenze graduali tra le generazioni nella loro traiettoria verso l’indipendenza economica. Se da un lato aumenta l’omogeneità dei percorsi di vita dei giovani sotto i 20 anni, accomunati da una prolungata permanenza negli studi, dall’altro aumenta l’eterogeneità nelle età successive, dal momento che quote crescenti di individui accedono all’istruzione terziaria, mentre altri si orientano al mercato del lavoro”.