Wall Street in rally ma non basta. Peggior gennaio dal 2009

29 Gennaio 2016, di Mariangela Tessa

NEW YORK (WSI) –  Chiusura in forte rialzo per la Borsa Usa che, nonostante i guadagni delle ultime due settimane, non riesce a recuperare le perdite di inizio anno, lasciandosi così alle spalle il peggior gennaio dal 2009. Nel finale, il Dow Jones guadagna il 2,47% (+396 punti) a 16.466 punti, il Nasdaq sale del 2,38% a 4.614 punti mentre lo S&P 500 sale del 2,46% a 1.940 punti.

Per l’intero mese l’indice S & P 500 e il Dow Jones hanno perso il 5% circa (mai così male da gennaio 2009) mentre il Nasdaq ha lasciato sul terreno poco meno dell’8%, il peggior mese dal maggio 2010.

Il mercato beneficia della decisione della banca centrale giapponese di introdurre per la prima volta in assoluto tassi negativi sui depositi delle banche presso l’istituto centrale. Ma non solo.

Sotto i riflettori del mercato anche il dato sul Pil americano dell’ultimo trimestre del 2015, cresciuto dello 0,7% ossia meno dello 0,8% previsto dagli analisti. Il dato dimostra il rallentamento del motore Usa (nel terzo trimestre c’era stato un +2%) come riconosciuto mercoledi’ dalla Federal Reserve, quando alla fine della sua riunione disse anche che sta monitorando gli sviluppi economici e finanziari globali per valutare che impatto possono avere sulla prima economia al mondo.

Cio’ porta a pensare che l’approccio della  Federal Reserve in materia di tassi sara’ particolarmente graduale. Nell’ultimo giorno di scambi del mese, Dow Jones e S&P 500 sono sulla strada giusta per chiudere il peggiore gennaio dal 2009. Il petrolio invece si appresta a terminare la seconda settimana di fila di rialzi.

I mercati globali brindano alle novità arrivate dal Giappone, con la Bank of Japan che ha annunciato l’introduzione di tassi di interesse negativi, emulando di fatto la Bce. Focus sull’alert che arriva da Peter Boockvar responsabile analista dei mercati presso Lindsey Group, secondo cui la decisione della Banca centrale del Giappone è invece un “kamikaze economico”.

“Ma certo – dice ironicamente – tassiamo pure la moneta, sperando che la situazione migliori. Creiamo pure una inflazione per il popolo giapponese, che a mala pena vede salire i salari. Intensifichiamo la guerra valutaria, e continuiamo a sperare che tutto vada bene”.  Per l’analista, tra l’altro, la Bank of Japan ora ha davvero “esaurito tutte le munizioni”.

 

Dal fronte aziendale Usa, focus sulla performance del titolo Amazon (-7%), dopo la pubblicazione del bilancio del quarto trimestre, che ha messo in evidenza un risultato peggiore delle attese. L’utile per azione, attestatosi a $1, è stato inferiore agli $1,55 attesi dal consensus, mentre il fatturato, pur testando un nuovo record a $35,7 miliardi, ha disatteso le stime di ricavi di $35,9 miliardi.

Bene Microsoft, +5,8% in premercato dopo che il gigante dei software ha battuto le attese.

Per quanto riguarda invece i dati macro, la fiducia dei consumatori americani misurata dall’Universita’ del Michigan e’ scesa alla fine di gennaio a 92 punti dai 93,3 del mese precedente. Il dato e’ inferiore alle stime degli analisti che si attendevano una flessione piu’ modesta a quota 93 punti.

L’indice Pmi di Chicago e’ invece balzato in gennaio a 55,6 punti dai 42,89 del mese precedente. L’indice torna dunque prepotentemente in territorio di espansione economica: ogni dato sopra 50 punti indica infatti una fase di crescita delle attivita’ economiche.

Sul fronte delle materie primeoro in calo attorno a $1.113,40 l’oncia.

Per la quarta seduta di fila il petrolio ha chiuso in rialzo chiudendo in positivo la seconda settimana consecutiva. Il contratto a marzo al Nymex ha aggiunto 40 centesimi, l’1,2%, a quota 33,62 dollari al barile ma nel durante era salito fino a 34,40 dollari. Venerdi’ scorso gli scambi erano finiti a 32,19 dollari al barile, quindi l’incremento settimanale e’ del 4,44%. Nei cinque giorni di contrattazioni finiti allora, il petrolio aveva guadagnato il 9,4%.

Val la pena ricordare che nel durante i prezzi del petrolio erano virati in calo non appena l’Iran aveva fatto sapere che non partecipera’ a un possibile accordo sul taglio della produzione tra l’Opec e i Paesi produttori non membri del cartello. Eppure le quotazioni si sono riprese: tra gli investitori resta la speranza che un’intesa possa essere raggiunta, cosa che aiuterebbe a ridurre le scorte mondiali in eccesso.

A sostenere i prezzi e’ stato anche il calo, il sesto consecutivo, del numero di trivelle attive nella settimana finita oggi. Stando a Baker Hughes, che fornisce il dato ogni venerdi’, c’e’ stata una diminuzione di 12 pozzi a 498. L’anno scorso a quest’ora il totale era pari a 1.223.

Sul valutario l’euro è sotto pressione, scendendo -0,33%, a quot $1,09, mentre il rapporto dollaro/yen è in forte rialzo, +1,84% a JOY 121, con la moneta giapponese che dopo le misure straordinarie annunciate dalla Bank of Japan che mette a segno un forte ribasso.