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Usa e Regno Unito pronti a un prelievo forzoso anche oggi

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NEW YORK (WSI) – Le leggi e i poteri in vigore in Regno Unito e Stati Uniti sono già tali da consentire alle autorità di attuare i programmi di ‘bail-in’, ovvero i piani di salvataggio delle banche in cui a pagare sono i correntisti e obbligazionisti e non i contribuenti.

Secondo il numero due della Bank of England, Paul Tucker, che perlatro ha lavorato a fianco delle autorità di controllo statunitensi in passato, l’ha detto chiaro e tondo: “Gli Usa potrebbero farlo già oggi. E quando dico oggi, intendo dire proprio oggi”.

Le leggi lo permettono e Londra e Washington non starebbero a guardare con le mani in mano se si presentasse l’occasione. A consentire di agire sono, rispettivamente, il Banking Act britannico firmato nel 2009 e la legge Dodd Frank entrata in vigore nel 2010.

Gli Usa hanno già condotto esercizi di simulazione con il Regno Unito nelle ultime settimane e ripeteranno i test nel 2014. Il 12 ottobre, Tucker e Art Murton, il funzionario della Federal Deposit Deposit Insurance Corp incaricato di trovare nuove soluzioni in materia, hanno confermato ufficialmente che il sistema americano è pronto per gestire il collasso di una grande banca “too big too fail”. Ricorrendo anche al prelievo forzoso dai conti correnti.

In un’intervista rilasciata a maggio Tucker aveva però assicurato che i conti di piccole imprese e organizzazioni di beneficenza e carità, anche se non assicurati dallo schema di garanzia dei depositi, dovrebbero essere protetti, per ragioni di “giustizia sociale”.

A marzo 2013 la Banca centrale neozelandese ha scritto che da due anni sta lavorando a stretto contatto con le banche per definire nel dettaglio una misura che richieda ai correntisti e non ai contribuenti di pagare per l’eventuale piano di salvataggio di un istituto di credito. Nella nota si precisava che i requisiti necessari perché la manovra entri in vigore dovrebbero essere pronti entro il 30 giugno 2013.

Il tempismo effettivo per l’attuazione del prelievo forzoso dai depositi dei correntisti di una banca che ha bisogno di essere salvata dipenderanno chiaramente, caso per caso, dalla quantità di denaro necessaria per impedire il che l’istituto faccia crac.

Se una nuova crisi finanziaria sistemica o bolla del credito dovessero scoppiare, le leggi e le risoluzioni di emergenza di questo tipo verranno prese in considerazione in molti paesi, non solo Usa, Regno Unito e Nuova Zelanda, come ha già suggerito anche il Fondo Monetario Internazionale.

Nascosto tra le pagine di uno degli ultimi rapporti pubblicati, l’ente ricordava che con una sorta di patrimoniale del 10% sui conti dei cittadini europei si sarebbero potuti abbattere i debiti pubblici dei Paesi più in difficoltà, riportandoli sui livelli pre crisi.

L’obiettivo dei leader dell’Ue è trovare un accordo sul “meccanismo di risoluzione singola” entro la fine del 2013, che verrebbe adottato dal Parlamento europeo nel 2014 con l’implementazione concretizzata nel gennaio del 2015.
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Come osservato oggi dal Financial Times, l’annuncio della possibilità di attuare piani di “bail-in” è un momento cruciale per l’Eurozona. La nazionalizzazione di un banca sarà ancora possibile, ma solo in circostanze eccezionali solo e dopo che l’8% dei debiti di una banca sono stati abbattuti con i soldi dei correntisti e creditori.

Ai depositi non garantiti di singoli individui (sempre con oltre 100 mila euro in banca) e alle piccole imprese verrà data la preferenza nell’ordine dei creditori e correntisti da cui attingere per salvare la banca e impedirne il fallimento.

Il bail-in era una condizione per la formazione dell’Unione Bancaria. I funzionari del parlemnto e dell’Ue hanno trovato un accordo nella notte al termine dei negoziati dell’Ecofin di Staburgo. Secondo la nuova risoluzione e direttiva, gli obbligazionisti e i correntisti con i depositi più alti saranno i primi a pagare il conto per le perdite della banca a partire dal 2016, prima del previsto (anche se a Cipro è già successo).