Us vs Eurozona: perché Trump e Powell stanno vincendo

5 Dicembre 2019, di Alessandro Piu

Direzioni opposte per Us ed Eurozona. I primi vanno verso il 12° anno di espansione economica mentre l’Eurozona stenta con una crescita anemica

Tanta paura per la guerra commerciale innescata da Donald Trump, tante preoccupazioni per la Brexit perseguita da Boris Johnson – senza o con accordo purché sia – e un retropensiero persistente che la corsa dell’economia statunitense sia ormai alle battute finali dopo undici anni di crescita. Eppure, nonostante tutto questo, Wall Street ha messo a segno nuovi record storici a ripetizione, alcuni solo poche settimane fa.

Per il capoeconomista di Invesco John Greenwood

“la maggior parte degli investitori, dei commentatori, delle banche centrali e dei politici si è preoccupata in misura eccessiva per il perdurante contesto di bassi investimenti e rallentamento degli scambi commerciali dovuto alle guerre dei dazi del presidente Trump e ad altri rischi geopolitici quali Brexit, conflitti militari e turbative sul fronte delle forniture di petrolio in Medio Oriente. Tali preoccupazioni sono fuori luogo”.

Stati Uniti a fine ciclo? No, sono appena a metà strada

Presentando alla stampa l’outlook di Invesco per il 2020, John Greenwood ha tolto dal tavolo di discussione la parola recessione. Di più: ha affermato che gli Stati Uniti non sono nella fase finale di un ciclo economico record. Sono appena a metà strada. Il 2020 sarà, per il capoeconomista di Invesco,

“l’11° – e da luglio in poi il 12° – anno di espansione economica dal 2009, la più lunga registrata nella storia finanziaria degli Stati Uniti” mentre “i problemi geopolitici, le guerre commerciali e timori analoghi, pur generando un certo grado di turbative, sono nella migliore delle ipotesi puramente paragonabili a onde sulla superficie dell’acqua”.

Quattro i pilastri che permettono a Greenwood di essere così ottimista sugli Stati Uniti:

“In primo luogo la solidità del ciclo economico statunitense rimane intatta e spinge i prezzi degli asset, i livelli dell’attività economica e dell’occupazione, nonché dell’inflazione. La tendenza al rialzo deriva principalmente da crescita monetaria stabile e bilanci solidi, la combinazione che i decisori politici e il settore privato hanno creato negli Stati Uniti negli ultimi cinque anni. Fino a quando non vi sia una destabilizzazione di questo mix politico, non vi è alcuna ragione di temere una recessione nel breve termine”.

“In secondo luogo – prosegue – dopo la crisi finanziaria globale del 2008, i bilanci del settore privato statunitense hanno registrato un enorme deleveraging, in particolare nel comparto finanziario e quello delle famiglie. Terzo, l’inflazione è bassa e rimarrà contenuta per tutto il 2020. Ciò significa che la Federal Reserve non si troverà nella posizione di dover effettuare un’improvvisa stretta della politica monetaria. Infine, a partire da aprile 2019, c’è stato un incremento della massa monetaria negli Usa, legato all’aumento degli acquisti di titoli da parte delle banche. Quando una banca acquista un’obbligazione o un altro titolo – ha spiegato – accredita una somma sul conto di deposito del venditore, incrementando la massa monetaria”.

In Europa ci si barcamena tra tassi di interesse bassi e crescita anemica

Spostando l’attenzione sul Vecchio continente Greenwood ha chiarito subito che

“sotto molti aspetti i problemi dell’area euro sono il contrario di quelli statunitensi. L’espansione del ciclo economico è timida e, a livello di produzione, sono state registrate rilevanti battute di arresto. Inoltre, in molte parti dell’Eurozona la disoccupazione è ancora elevata. Poi ci sono i bilanci del settore privato che, a differenza che negli Usa, non hanno ancora registrato un deleveraging adeguato. In terzo luogo l’inflazione rimane troppo bassa, anche se ciò può avere un contraltare positivo nel frenare la Bce dall’operare strette creditizie o monetarie”.

Non basta, tuttavia, una Bce costretta su posizioni espansive a far ripartire il motore del Vecchio continente. Gravano scelte economiche e politiche del recente passato che giustificano il differenziale di crescita con gli Usa. Prosegue Greenwood:

“Il processo di risanamento dei bilanci (deleveraging) è stato purtroppo complicato dalle decisioni delle autorità dell’Ue/zona euro di ridurre prima i livelli di deficit e debito pubblico. La politica corretta prevede di risanare prima i bilanci del settore privato, in modo da assicurarne una solida ripresa, procedendo poi al risanamento delle finanze pubbliche, una volta che il gettito d’imposta sia ritornato nella norma. Inoltre, la combinazione tra la politica di tassi d’interesse negativi della Bce e la crescita stagnante continuerà a danneggiare il settore del risparmio a lungo termine, ossia depositi di risparmio, contratti di assicurazione vita e fondi pensione, in tutto il continente”.

L’errore della Bce

Secondo Greenwood l’Europa sta pagando, in termini di crescita anemica, gli errori della Bce:

“La Bce e le banche centrali dell’area euro hanno fatto erroneamente ricorso ai tassi d’interesse per impostare la politica monetaria, pensando in tal modo di far ripartire l’inflazione. Ma i tassi di interesse seguono l’inflazione, non la guidano. L’inflazione è guidata dalla crescita monetaria (quella che negli Stati Uniti è stata guidata dalle banche con gli acquisti di titoli). La Bce si è comportata come se i tassi d’interesse fossero il propulsore; ciò spiega perché li ha abbia spinti in territorio negativo nella convinzione che qualora i tassi scendano a livelli abbastanza bassi, a un certo punto le banche cominceranno a concedere prestiti e la spesa tornerà a livelli normali. Purtroppo, quando hanno cominciato ad analizzare i tassi d’interesse, i decisori della Bce hanno guardato attraverso l’estremità sbagliata del cannocchiale”.