UniCredit-Mps: Orcel alza la posta a 7 miliardi, il Tesoro prende tempo

22 Ottobre 2021, di Alessandra Caparello

E’ in bilico il matrimonio tra UniCredit e Mps con il Mef, azionista di controllo della banca senese, che prende tempo. Le richieste del CEO della banca di Piazza Gae Aulenti per rimettere in carreggiata la banca più antica del mondo sono tante: Andrea Orcel ha messo in chiaro che un accordo sarebbe stato possibile, ma solo se non fosse risultato dannoso per la base patrimoniale della banca e se avesse comportato un incremento degli utili.

UniCredit Mps: trattative in stallo

Da qui lo stallo nelle trattative, una notizia che era stata fiutata dal Financial Times, secondo cui “c’è una distanza materiale tra ciò che Unicredit sta presentando ora come un accordo che potrebbe funzionare, e quello che è accettabile per il Tesoro”. La cifra che richiede Orcel è alta, ben 7 miliardi di euro, tutti soldi dei contribuenti. La Repubblica riporta anche la cifra precisa: 7,3 miliardi. “Orcel pare abbia chiesto 5 miliardi di dote al Tesoro per avere Mps, e 2,3 miliardi di benefici fiscali. Il doppio del deficit da 2,5 miliardi che i senesi da mesi ripetono”.

A ciò si aggiunge il fatto che la banca senese, al 64% di proprietà dello Stato, ha calcolato a gennaio di aver bisogno di 2,5 miliardi di euro per rinforzare il proprio capitale. Al conto presentato da Orcel potrebbero aggiungersi 7.000 ulteriori tagli di posti di lavoro, lasciando allo Stato i crediti deteriorati e le pendenze legali, una richiesta onerosa per lo Stato, che ha già iniettato 5,4 miliardi di euro nelle casse della banca senese appena 4 anni fa.

Se non dovesse andare in porto l’operazione con UniCredit, Draghi avrebbe un piano B e chiedere a Bruxelles un’estensione del termine ultimo per vendere la quota di Mps, il che darebbe un po’ di tempo al Tesoro per trovare una soluzione alternativa. Qui potrebbero entrare in gioco altre banche più piccole come Banco Bpm o Bper Banca.

La conferma del fatto che il premier Mario Draghi sembra voler prendere tempo arriva da un forum con l’agenzia Radiocor, in cui la sottosegretaria all’economia Maria Cecilia Guerra ha sottolineato che nella legge di bilancio 2022 ci sarà una proroga di sei mesi, fino al giugno prossimo, della norma che consente di trasformare le attività per imposte anticipate in credito d’imposta. Nel caso del Monte dei Paschi la proroga farebbe rimanere in dote a Rocca Salimbeni circa 2,5 miliardi di euro.

Nodo esuberi ancora irrisolto

I tre nodi che Mps, Tesoro e Unicredit stanno cercando di sciogliere sono oltre al capitale, anche perimetro ed esuberi. La buona notizia sul fronte capitale è che la banca senese sta rimettendo in carreggiata i suoi conti dopo aver riportato un utile netto di 200 milioni di euro nel primo semestre, riducendo i propri crediti in sofferenza ad appena il 2,5% del totale.

Sul perimetro, Piazza Gae Aulenti non vuole mettere mano su Fiduciaria, Capital Services, Consorzio operativo e Leasing&Factoring. Lo scontro sugli esuberi si concentra tutto sui 7mila dipendenti che UniCredit vorrebbe fossero mandati a casa prima dell’acquisizione. La voglia di resistere da parte dei lavoratori di Mps c’è e dopo lo sciopero di settembre, le principali sigle del settore bancario hanno unitariamente conferito ai loro legali  il mandato di ricorrere contro la Banca Monte dei Paschi di Siena ai sensi dell’articolo 28 della Legge 300 del 1970 (meglio nota come “Statuto dei Lavoratori”) per la repressione del comportamento antisindacale.

Secondo i sindacati in particolare la banca ha avviato tre procedure fortemente impattanti per i lavoratori e per l’organizzazione della banca. In particolare, Mps ha dato luogo a un’operazione di distacco decennale che coinvolge circa 300 colleghi “senza metterci nelle condizioni di fare le nostre valutazioni e osservazioni, attraverso la definizione di un “contratto di rete”, fino ad oggi mai utilizzato all’interno del Gruppo Mps, che può aprire cupi orizzonti per la gestione del personale e degli esuberi. Ha inoltre avviato altre due procedure – chiusura filiali e riassetto mondo corporate, relative a un Piano Industriale mai approvato dall’Europa – senza indicarci una data di convocazione.
Tre iniziative molto criticabili a pochi giorni dallo sciopero nazionale. La Banca non ci ha lasciato altra scelta” scrivono i sindacati.