Taglio tassi Bce: banchieri su tutte le furie

10 Marzo 2016, di Daniele Chicca

NEW YORK (WSI) – Consapevoli che un ulteriore tasso dei depositi finirebbe per erodere la redditività delle loro società, i banchieri di tutto il mondo sono infuriati con la Bce. La politica monetaria dovrebbe andare nell’altro senso.

“Un contesto di tassi più normale sarebbe più sicuro”, secondo John Cryan. Il concetto espresso una settimana fa dal numero uno di Deutsche Bank è condiviso da molti dei suoi colleghi, il cui timore è che le misure ultra espansive di politica monetaria non stiano più aiutando l’economia reale.

Anzi, secondo loro stanno avendo l’effetto contrario, danneggiando i profitti delle banche e rendendo più care le attività di credito. Le banche incassano soldi in base alle commissioni che ricevono dai clienti per i prestiti concessi. Una politica di tassi zero o negativi non ha un impatto positivo sugli utili del settore.

Mario Draghi dovrebbe tagliare al -0,4% i tassi di deposito, ai minimi storici per l’area euro. In Europa solo la Svizzera ha un tasso più negativo (-0,75%). Questa e altre misure ultra espansive della Bce, secondo i banchieri, mettono a repentaglio la stabilità finanziaria, già fragile, di diverse aree dell’Eurozona.

Andreas Treichl, amministratore delegato dell’austriaca Erste Bank, ha fatto sapere al Financial Times che un taglio ulteriore dei tassi di interesse rischia di creare bolli di asset finanziari, impedire una ripresa dell’ecnomia e creare “disparità sociali”, penalizzando i risparmiatori.

José García Cantera, il chief financial officer di Santander, ritiene che le banche sarebbero le più colpite se i tassi venissero ridotti ancora. Sergio Ermotti, l’AD di UBS, ha avvertito che un contesto di tassi bassi o negativi finirà per spingere le banche a correre maggiori rischi nella concessione dei presti perché non saprebbero più cosa fare dei depositi in eccesso.

Imponendo tatti di deposito negativi, l’idea della Bce è quella di spingere le banche a usare la liquidità in eccesso non per parcheggiarla presso i suoi forzieri, bensì per iniettarla nelle vene dell’economia reale.

Banche nei guai anche con tassi positivi

A prescindere da cosa deciderà la Bce, le banche europee hanno problemi seri, che vanno oltre i tassi negativi. Il settore spera di trovare una prova concreta dell’impatto negativo dei tassi di interesse negativi prima di metà aprile, quando la Federazione bancaria europea presenterà al pubblico i risultati di un’analisi sugli effetti negativi che l’attuale contesto anomalo ha sulle attività delle banche dell’area euro.

Detto questo, sicuramente i problemi del settore non sono solo legati ai tassi negativi. Quelle italiane devono ripulire i bilanci dalle sofferenze lorde e rischiano di essere ulteriormente danneggiate dalle ultime decisioni prese in sede europea per – in teoria – rafforzare il settore e garantirne la stabilità. I Non-Performing Loans (NPL) iscritti a bilancio sono pari a circa il 18% del Pil italiano.

Le ultime misure propedeutiche all’istituzione di una Unione Bancaria in Europa potrebbero rivelarsi controproducenti per alcuni gruppi finanziari. Rischiano di provocare una perdita di fiducia negli istituti più piccoli e travagliati, per via dell’introduzione delle norme di bail-in, e di impedire ai team manageriale di mettere a punto i piani strategici desiderati, a causa dell’imposizione di limiti più restrittivi alla quota di titoli di Stato in portafoglio, volta a rompere il ciclo vizioso costituito dall’interconnessione tra debito privato e pubblico.

Nemmeno le banche tedesche attraversano un momento di grazia, per usare un eufemismo. Deutsche Bank, nel pieno di una revisione completa della sua struttura dopo una serie di scandali, da due anni fa fatica a registrare risultati decenti. I titoli dell’istituto tedesco hanno perso il -35% nelle prime settimane del 2016. A dimostrazione della paura che le autorità in Germania hanno per il futuro del settore e per le attività non redditizie, è stato deciso di istituire una bad bank dove far convogliare i crediti inesigibili.

Fonte: Financial Times