Stiglitz: Eurozona si divida in due, senza Germania e Grecia

17 Agosto 2016, di Daniele Chicca

NEW YORK (WSI) – Il progetto dell’area euro non sta funzionando. L’economia sta andando male da quando è scoppiata la crisi finanziaria del 2008 ed è giunto il momento di ripensare l’unione monetaria. È giunta l’ora del divorzio con soluzione amichevole: l’Eurozona ha un futuro se viene divisa in due, senza la strapotente Germania e senza l’indebitata Grecia.

È l’opinione provocatoria di Joseph Stiglitz, che in un editoriale sul Financial Times espone un’idea che riuscirebbe nell’impresa ardita di accontentare sia neoliberisti sia MoVimento 5 Stelle. L’ex consigliere della presidenza degli Stati Uniti scrive com l’economia in Italia sarebbe stata meglio se non avesse adottato l’euro, sebbene a dire il vero le retribuzioni salariali – per esempio – avevano smesso di crescere anche prima dell’introduzione della moneta unica al posto della lira.

Secondo il premio Nobel per l’Economia l’euro è un esperimento nato male: se i paesi dell’Eurozona avessero conservato la propria valuta, grazie alla “magia” del mercato libero si sarebbero adattati meglio ai rapidi mutamenti imposti dalla globalizzazione. Ormai potrebbe essere tardi per rimediare, tuttavia.

Euro: tre vie d’uscita dal progetto disastroso

Siccome non sono stati ancora istituiti un’autorità politica economica centrale unica, un sistema bancario unificato e una mutualizzazione del debito – così come altri strumenti di solidarietà fra aree virtuose e meno virtuose, tutti cambiamenti che renderebbero funzionante l’euro e che sarebbero piccoli nel loro senso prettamente economico – ci sono tre soluzioni percorribili.

La prima è quella di salvare l’euro “seppur non a qualsiasi costo” con una lista di innovazioni da portare a compimento in un solo colpo. Una di queste sarebbe quella invocata anche dal governo italiano, ma respinta dalla parte “core” teutonica capitanata dalla Germania, di imporre sanzioni non solo contro i paesi che non rispettano i vincoli di bilancio ma anche contro quelle che esportano molto e godono di surplus commerciali esagerati.

La seconda via percorribile, secondo l’ex capo economista della Banca mondiale, è quella di un “divorzio amichevole”, mentre la terza è quella di una regressione verso una limitata flessibilità dei tassi di cambio. Nel caso della separazione concordata enunciata da Stiglitz nel suo ultimo libro, non sarebbe necessario tornare per forza alle 19 monete nazionali originarie; sarebbe meglio se la Germania uscisse di sua spontanea volontà da sola o con altri paesi nordici, per conseguire una scissione in due parti dell’euro. Anche la Grecia farebbe meglio a rimanere fuori dai giochi.

Fine dell’euro non sarebbe fine dell’Europa unita

Secondo Stiglitz, infine, la morte della moneta unica come la conosciamo ora non costituirebbe la fine del progetto europeo, tanto meno la fine del mondo. Le altre istituzioni dell’Ue rimarrebbero intatte: ci sarebbero ancora libero scambio e libera circolazione delle persone.

“È importante che ci sia una transizione fuori dall’euro, con un divorzio amichevole, possibilmente raggiungibile con un passaggio a un sistema di euro flessibile, con un’area più forte del Nord e una più debole del Sud. Non sarà facile, chiaramente. Il problema principale sarà quello della gestione del debito. La maniera migliore per farlo è quella di ridenominare tutti i debiti in euro in debiti dell’area meridionale”.

Un sistema flessibile del genere consentirebbe di incorporare i progressi già fatti a livello di integrazione economica, offrendo al contempo spazio per le riforme in paesi come l’Italia che ne hanno un disperato bisogno.

Italia: aumenti le tasse per finanziare investimenti

Nel sistema attuale si fa affidamento sulle banche centrali per fissare i tassi di interesse, sperando che in qualche modo gli investimenti, i consumi e la bilancia commerciale che ne derivano siano quelli desiderati. Il fatto è che “di solito non lo sono”. L’approccio alternativo proposto da Stiglitz si concentra invece sulla quantità desiderata degli investimenti e della bilancia commerciale e lascia che sia il mercato a fissare i prezzi per poter raggiungere gli obiettivi prefissati.

Nel suo libro di recente uscita “The euro and its Threat to the Future of Europe” Stiglitz sottolinea come anziché rincorrere una chimera, quella di una via di mezzo tra l’efficienza tedesca e la sregolatezza latina, sarebbe meglio se i paesi che “nutrono diverse credenze economiche” cerchino ciascuno la propria strada maestra per la crescita. Sarebbe più sensato, più logico che intestardirsi su un progetto fallimentare.

Nel caso specifico dell’Italia, il consiglio offerto al governo Renzi è più di stampo keynesiano: se non vuole correre troppi rischi per quanto riguarda il debito pubblico, che ha appena aggiornato il record assoluto sfiorando i 2.250 miliardi di euro, potrebbe adottare quello che Stiglitz chiama il “balanced-budget multiplier“. Si tratta di un’opera di finanziamento degli investimenti pubblici tramite un aumento delle tasse.

Fonte: Financial Times