Sempre più economisti chiedono ritorno al sistema aureo

29 Settembre 2017, di Daniele Chicca

Sta crescendo giorno dopo giorno il numero di economisti favorevoli a un ritorno allo sistema aureo, un sistema che garantiva una maggiore resistenza agli choc finanziari e una minore probabilità che questi si verificassero. Christina Romer, che è stata una dei principali consulenti economici dell’ex presidente Usa Obama, ritiene che prima degli accordi di Bretton Woods c’erano meno catastrofi finanziarie ed economiche.

La crescita dei governi come fornitori di servizi e garanti della sicurezza finanziaria, con l’aiuto delle droghe monetarie e del denaro stampato dalle banche centrali, ha coinciso con trend di crescita più sostenuti, ma anche con oscillazioni molto più potenti e con una maggiore probabilità di eventi negativi.

Gli accordi di Bretton Woods nel 1944, con i quali sono state delineate le linee del sistema finanziario internazionale moderno, hanno messo fine al sistema aureo e hanno introdotto il sistema dollaro centrico che conosciamo oggi. Uno degli economisti fautori di quegli accordi è stato l’inglese John Maynard Keynes (morto nel 1946), che ha avuto un ruolo fondamentale nella formulazione del testo di intesa. Keynes ha partecipato in prima persona anche alla creazione del Fondo Monetario Internazionale, ma sono gli Usa che hanno organizzato la conferenza.

L’obiettivo iniziale degli accordi era quello di riorganizzare il sistema monetario mondiale e riequilibrare i pesi economici mondiali dopo la Seconda Guerra mondiale, aiutando a ricostruire e a rilanciare le economie dei paesi più colpiti dal conflitto. Dopo essere usciti vittoriosi dalla guerra gli Usa disponevano della maggior parte dei capitali mondiali e dominavano in export e produzione manifatturiera. Inoltre due terzi delle riserve mondiali d’oro erano detenute dagli americani.

Forte della sua posizione di rilievo nel mondo, il governo americano ha promosso la creazione di un sistema monetario in grado di fornire un contesto robusto alla ricostruzione e all’espansione economica del cosiddetto “mondo libero”, facendo di Washington e del dollaro Usa il pilastro della nuova architettura economico finanziaria: da quel momento in avanti gli Stati Uniti assumono lo stesso ruolo che avevano il Regno Unito e la sterlina prima della Prima Guerra Mondiale.

Il sistema monetario mondiale è stato quindi organizzato intorno al dollaro americano, ma con un legame nominale all’oro. Il resto è storia. Le crisi negli anni si sono moltiplicate e nel 2007-2008 quella dei mutui subprime ha provocato il crac finanziario e la recessione economica più pesanti dalla Grande Depressione degli Anni 30.

L’economista Romer ha dedicato gran parte della sua illustre carriera a studiare i dati Usa. Più di 30 anni fa ha scoperto che “la stabilizzazione del tasso di disoccupazione tra i livelli pre 1930 e l’era post 1948 è il risultato del miglioramento dei processi di raccolta dati” e che “i cicli aziendali prima e dopo la Grande Depressione erano bene o male ugualmente severi“.

Nel 1999, poco prima di quello che si sarebbe rivelato uno dei periodi più volatili e grafici per le economie industrializzate, Romer ha presentato una versione aggiornata della sua ricerca. I risultati presentati arrivano a questa conclusione: i cicli hanno la stessa ampiezza sia prima della Grande Guerra del 1914, sia dopo la Seconda Guerra Mondiale. La volatilità invece è stata leggermente più bassa nel periodo più recente. Ma tale differenza può essere interamente attribuita, secondo i calcoli dell’economista, all’insolita calma registrata nel periodo 1985-1997.

Visto quello che è successo negli ultimi anni, si può affermare che le’a pre Guerre Mondiali era molto più stabile del periodo “contro ciclico” della Federal Reserve. Romer ha calcolato la severità di un rallentamento dell’economia misurando quanto si è contratta la produzione industriale rispetto al picco e quanto a lungo ci è voluto per tornare sul vecchio livello. L’economista ha scoperto che la crisi finanziaria è stata tanto dolorosa quanto la depressione economica del 1920 e quanto la contrazione del 1937 e circa 2,5 volte peggiore di qualsiasi fase di decrescita post Seconda Guerra Mondiale.

L’economia è cresciuta molto meno in termini pro capite quando c’era il sistema aureo rispetto al sistema della creazione di denaro da parte delle banche centrali, ma prima di Bretton Woods c’erano anche meno disuguaglianze e soprattuto una tendenza nettamente inferiore dell’economia mondiale a subire dei periodi “estremi”, positivi e soprattutto negativi. Lo ha messo in evidenza di recente anche il funzionario della Banca d’Inghilterra Gertjan Vlieghe.

Il banchiere, stando al Financial Times, ha messo a confronto l’andamento dei tassi di interesse, la volatilità economica e i ritorni da investimento sui mercati nel Regno Unitio. Di tutti gli elementi interessanti emersi dall’analisi, il risultato più eclatante che salta all’occhio è che in quasi tre secoli di storia, l’economia si è espansa molto meno con lo sistema aureo ma è stata meno propensa a grandi sbalzi da una parte e dall’altra. La distribuzione di crescita economica durante l’era del sistema aureo era molto più concentrata intorno alla media rispetto alla distribuzione nell’epoca della fiat money. La differenza è ancora maggiore se si confrontano i consumi medi, la migliore misura degli standard di vita (vedi grafico sopra)

Con il sistema aureo il Regno Unito ha vissuto un numero inferiore di catastrofe. Ci sono stati momenti negativi e positivi nella distribuzione di crescita e ricchezze, chiaramente, ma al contrario dell’era moderna, non ha vissuto diversi crolli devastanti. Non significa che il sistema aureo sia forzatamente migliore, la stabilità talvolta è sopravvalutata, ma i dati dicono che gli argomenti contro il ritorno al gold standard andrebbero rivisti.

Economista inglese Keynes è stato uno degli artefici degli accordi di Bretton Woods