“Ripresa in Eurozona? Troppo presto per cantare vittoria”

15 Maggio 2015, di Redazione Wall Street Italia

ROMA (WSI) – La ripresa in Europa è reale oppure no? La pubblicazione, in settimana, dei dati sul Pil dell’Eurozona, ha mostrato un quadro ancora non del tutto confortante, ma di fatto in miglioramento.

La Spagna si è distinta con un balzo del Pil +0,9% nel primo trimestre, e a stupire è stata anche la Francia. La Germania è cresciuta ma ha deluso, l’Italia ha fatto bene con un Pil in rialzo come quello tedesco e UK. In tutto, l’Eurozona è cresciuta dello 0,4%: si è trattato della migliore performance in quattro anni, come fa notare un articolo dell’Economist, e di un tasso migliore anche di quello del Regno Unito.

La rivista britannica riconosce i progressi che sono stati compiuti dall’area euro, ammettendo che “ora sembra che la ripresa stia finalmente acquistando forza”. Ma di nuovo, dubbi sulla solidità del recupero si affacciano immediatamente nel momento in cui si legge che “la principale ragione (del rimbalzo) è che i consumatori stanno spendendo di più, aiutati dal netto calo dei prezzi energetici, dovuto a sua volta al collasso dei prezzi petroliferi dello scorso anno, che sta avendo lo stesso effetto di una riduzione delle tasse nel sostenere la domanda”.

Cosa accadrà, di conseguenza, con un rialzo dei prezzi del petrolio?

“Anche gli esportatori sono aiutati dal forte deprezzamento dell’euro, con il valore della moneta, rispetto alle altre valute dei principali partner commerciali, sceso -12% nell’ultimo anno”, scrive l’Economist. Ma anche in questo caso si tratta di un fattore esterno.

L’Economist sottolinea inoltre che la produzione industriale rimane sotto pressione. E che “i mercati dei capitali ricoprono un ruolo decisamente inferiore in Eurozona rispetto a quello negli Stati Uniti”, il che lascia pensare che il Qe “probabilmente sarà meno efficace che in Usa”. C’è poi il rischio di un default disordinato della Grecia o di uno scenario Grexit e, ovviamente, l’annoso problema dei debiti, pubblici e privati.

Per l’Economist, insomma, “è davvero troppo presto cantare vittoria”. (Lna)

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Fonte: The Economist