Referendum, Wolf (FT): “all’estero non si vede un vero sostituto di Renzi”

8 Novembre 2016, di Laura Naka Antonelli

I partiti di opposizione, M5S e Forza Italia in primis, ma anche la stessa minoranza del Pd criticano i presagi, in alcuni casi decisamente nefasti, sulle conseguenze che una eventuale vittoria del NO al referendum costituzionale potrebbe avere sul futuro dell’economia e della politica dell’Italia. L’ultimo alert è arrivato da Moody’s.

In sostanza, al di là delle polemiche, quanto è reale la minaccia che l’Italia “cada” travolta dal No alle riforme volute da Matteo Renzi? Lo spiega, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, Martin Wolf, capo dei commentatori e direttore associato del Financial Times.

Wolf non si discosta molto dalle previsioni delle banche d’affari e delle agenzie di rating, e fa notare soprattutto la fiducia che “l’estero” ripone nella figura di Matteo Renzi. Almeno lui, fa notare, qualcosa sta facendo. Se mancasse lui, inoltre, chi sarebbe il sostituto?

“All’estero, almeno, questo premier è stato visto come il primo politico popolare che ha una plausibile agenda di riforme, e l’Italia ha davvero molto bisogno di riforme. La percezione, da fuori, è che non c’è un vero sostituto di Renzi. Dunque se lui perdesse e sparisse, la conclusione sarebbe che il sistema politico non è in grado di cambiare il Paese e il consenso dei cittadini per farlo non esiste”.

Le conseguenze?

Per Wolf il rischio sarebbe, “all’estero”, un “pessimismo davvero notevole sull’Italia, sulla sua capacità di tornare economicamente vitale e di fare della sua partecipazione all’euro un successo”.

Il giornalista ricorda: “Parliamo di un Paese che in questo secolo non è ancora cresciuto”.  In definitiva, “un No o un Sì” al referendum costituzionale avranno conseguenze enormi in Italia e potrebbero destabilizzare il sistema politico e l’economia“.

In Italia, d’altronde:

“la recessione è durata molto di più e la fiducia è molto bassa. Il significato economico di questo referendum in sé è piccolo; un No non cambierebbe niente di fondamentale in Italia, se non per il fatto che solleverebbe interrogativi sulla stabilità politica e questo può diventare importante per l’economia. Lo abbiamo visto nel 2011, con le domande su cosa stava succedendo al governo di Silvio Berlusconi e chi ne avrebbe preso il posto. Se ci si inizia a chiedere se l’Italia sia entrata in una fase di disgregazione o se ha un vero e proprio governo, allora il Paese non riuscirà a far funzionare le sue politiche. Poi c’è un grosso rischio legato al sistema bancario. La gente potrebbe concluderne che l’Italia è nei guai“.

Riguardo all’Europa in generale, Martin Wolf non ha mai nascosto di essere un forte critico dell’architettura dell’euro. Per questo, non rimane impressionato più di tanto dalla ripresa economica che ha consentito a Spagna e Irlanda di uscire dalla crisi:

“Per me i problemi restano. Italia, Portogallo e Grecia non si sono riprese, Irlanda e Spagna sì. Ma queste ultime avevano già prima una dinamica migliore e hanno affrontato con più decisione i loro problemi dopo. C’è poi un problema più generale: una cronica mancanza di domanda nell’economia, e nessuna politica per generarla. In termini reali la domanda nell’area euro è ancora sotto a dove era prima della crisi, un dato impressionante”.

Il motivo?

“La Bce con Mario Draghi è stata molto determinata nel cercare di riattivarli (i consumi), con qualche successo. Ma la domanda manca nei Paesi colpiti dalla crisi e manca nei Paesi del nucleo duro, che puntano tutto sull’export. Così l’Italia non può generare la crescita necessaria: non ha spazio per farlo con il deficit, mentre recuperare competitività riducendo i prezzi interni implicherebbe anni e anni di deflazione e recessione”.

Wolf ammette le responsabilità della Germania – definita tra l’altro in uno dei suoi articoli dello scorso maggio il più grande problema dell’Eurozona, e alla domanda se il paese “debba fare di più per spendere e investire”, risponde:

“O lo fa, oppure voi francesi e italiani siete bloccati non nella miseria, ma in una stagnazione semi-permanente. La disoccupazione resterebbe alta e i giovani e i più capaci lascerebbero il Paese, rendendo i problemi di bilancio anche peggiori, perché l’Italia soffre di un estremo problema demografico che la Francia non ha. L’economia tornerebbe ai livelli del 2010 forse nel 2024. Mi pare un incubo”.