Quando non uscire dalla crisi è manifesta volontà

11 Giugno 2018, di Francesco Puppato

Nell’economia le crisi possono accadere. Fa parte del gioco, è nell’ordine delle cose.

Tendenzialmente da sempre l’andamento economico-finanziario va ad onde, ad alti e bassi. Assistiamo a periodi positivi, di crescita, seguiti da periodi di riduzione del ciclo economico con andamenti negativi.

Successe nel 1929, con la cosiddetta “grande depressione”, ovvero il crollo di Wall Street in quel famoso 24 ottobre che prese il nome di “giovedì nero”: dopo anni di boom azionario, crollò la borsa valori (la depressione ebbe origine da contraddizioni simili a quelle avevano portato alla crisi economica del 1873-1895).

Poi riprese economiche alternate da periodi di crisi fino ad arrivare alla recente crisi del 2007 innescata dalla bolla immobiliare dei titoli subprime, passando per gli shock petroliferi (1973).

Aspettarsi dunque un andamento di questo genere, ondulato, non sorprende in ambito economico-finanziario.

Il problema emerge quando una crisi viene creata o mantenuta volutamente. Perché farlo? Ce lo spiegano Romano Prodi, prima, e Mario Monti, poi.

Era il 2001 quando Romano Prodi rilasciò un’intervista al Financial Times, dicendo:

I am sure the euro will oblige us to introduce a new set of economic policy instruments. It is politically impossible to propose that now. But someday there will be a crisis and new instruments will be created” (“Sono sicuro che l’euro ci costringerà ad introdurre un nuovo insieme di strumenti di politica economica. Proporli adesso è politicamente impossibile, ma un bel giorno ci sarà una crisi e si creeranno i nuovi strumenti”).

Prodi è dunque convinto che tramite l’euro sarà possibili introdurre delle politiche economiche che al momento (inteso nel 2001) non era possibile. La sua convinzione si basa probabilmente sul sull’articolo 104 paragrafo 2 del Trattato di Maastricht, cioè quello che in termini di disavanzo pubblico annuale impone un limite nel rapporto deficit/pil inferiore al 3%, ed il raggiungimento del rapporto debito/pil non superiore al 60% come condizione permanente.

Questi due punti sono però contestabili in quanto il parametro del rapporto deficit/pil fissato al 3% non ha nessun fondamento scientifico ma è stato indicato come soglia ritenuta opportuna, mentre per la soglia del 60% ritenuta idonea nel rapporto debito/pil è possibile prendere ad esempio i dati di altri Paesi per capire la non sussistenza del dogma impostato come condizione necessaria per il benessere dello Stato: il Giappone ha un rapporto debito/pil intorno al 240%, gli Usa superiore al 100% e la Nigeria inferiore al 15%. Gli Usa sono la prima economia la mondo, il Giappone la terza mentre la Nigeria la trentasettesima (fonte Wikipedia).

Dieci anni dopo, nel 2011, l’allora primo ministro Monti affermava:

“Non dobbiamo sorprenderci che l’Europa abbia bisogno di crisi, di gravi crisi, per fare passi avanti; i passi avanti dell’Europa sono per definizione cessioni di parti delle sovranità nazionali ad un livello comunitario. È chiaro che il potere politico ma anche il senso di appartenenza dei cittadini e di una collettività nazionale possono essere pronti a queste cessioni solo quando il costo politico e psicologico del non farle, diventa superiore al costo del farle perché c’è una crisi in atto, visibile, conclamata. Ma quando una crisi sparisce, rimane un sedimento, perché si sono messe in opera istituzioni, legge, eccetera, per cui non è pienamente reversibile” (link facilmente reperibile su youtube YouTube ).

Quindi la crisi, o il suo mantenimento visto che l’Europa è sostanzialmente l’unica a non esserne ancora uscita, sono servite a creare le condizioni per convincere gli Stati a cedere sovranità e ad inserire questi nuovi strumenti di politica economica (svalutazione del lavoro, riduzione del welfare, austerità e via dicendo), la cui chiave di volta è stata la creazione dell’euro come moneta unica? Se si, a giovare di questo possono essere solamente le grandi lobby internazionali.

Lo stesso Monti, ospite “L’infedele” condotta da Gad Lerner il 26 settembre del 2011, disse anche:

“La Grecia è la più grande manifestazione del successo dell’euro”.

Stando a queste dichiarazioni, dovremmo immaginare che arrivare alle drammatiche condizioni greche sia un successo?

Disse invece Ben Bernanke, ex Presidente dell Fed, sulla scia di quanto detto da Milton Friedman nel 1969 (Helicopter money):

“Meglio inondare l’America di liquidità buttando soldi dagli elicotteri che lasciarla soccombere in una depressione”.