Prestiti impossibili? Molti si rivolgono al microcredito

29 Luglio 2013, di Redazione Wall Street Italia

ROMA (WSI) – Se il credit crunch rende impossibile l’ottenimento di un mutuo casa, c’è una soluzione alternativa: il microcredito. Questa formula finanziaria consente infatti a tutta una serie di soggetti, spesso clienti indesiderati delle banche, di ricevere la liquidità necessaria per progetti di occupazione o solidarietà sociale.

Dopo il fenomeno del social lending, ovvero del mutuo casa fra privati, la crisi ha prodotto anche il boom del microcredito, che ha raccolto le richieste di piccoli imprenditori, disoccupati, donne, immigrati esclusi dal circuito bancario, spesso non per propria volontà. La percentuale dei paria delle banche è infatti aumentata di pari passo con il peggioramento del contesto economico, passando da un tasso di esclusione del 16-17% del 2008 all’attuale 21-22%.

Secondo i dati della Fondazione Welfare Ambrosiano, il 43% delle richieste di microcredito inoltrate in Italia è arrivato da donne, e il restante 57% da uomini, per la maggior parte di nazionalità italiana. Cospicua anche la quota di stranieri, principalmente dal Sud America (52%), dall’Africa (23%) e dall’Europa (16%). Gli importi erogati, con un tasso agevolato del 4%, sono di piccola entità: il 54% è compreso fra i 2mila e i 5mila euro, il resto entro gli 11mila euro (solo il 2% supera i 15 mila euro).

Numeri che dimostrano come l’Italia sia sicuramente un terreno fertile per trasformare il microcredito in un’alternativa consolidata agli istituti di credito, soprattutto per arginare definitivamente fenomeni come il sovraindebitamento dovuto all’uso non consapevole di fidi, prestiti e carte revolving, ma anche piaghe criminali come l’usura.

Ci sarebbero anche dei fondi europei da sfruttare entro il 2015, un miliardo di euro destinato principalmente al Mezzogiorno. Ma la legge sulla figura dell’intermediario finanziario è al palo, bloccata nella solita ambiguità normativa italiana per mancanza dei decreti attuativi. Il risultato è che nessuno può ancora iscriversi all’albo degli intermediari, neanche quelli che da anni sono ormai attivi nel settore (da Banca Etica alla Caritas, passando per diverse fondazioni in tutta Italia).

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