Pop Bari, cosa succede agli azionisti

16 Dicembre 2019, di Mariangela Tessa

Per ora i correntisti della Banca Popolare di Bari possono tirare un sospiro di sollievo. Il via libera del Consiglio dei Ministri al decreto legge per salvare la banca pugliese rassicura la clientela, garantendo la regolare operatività degli sportelli. Lo stesso non si può dire per azionisti e obbligazionisti le cui sorti restano appese ad un filo.

L’intervento del governo, che arriva dopo il commissariamento deciso venerdì sera da Banca d’Italia, non risolve tuttavia il problema ben delle perdite in capo ai 70mila soci della popolare pugliese: un esercito di piccoli azionisti, in gran parte clienti dello stesso istituto.

Soci concentrati per la metà circa in Puglia, e che dal 2016, quando  le azioni valevano 9,5 euro, hanno visto i titoli perdere progressivamente terreno fino a 2,38 euro dello scorso 4 dicembre, ultimo giorno di contrattazione sul listino Hi-Mtf. Un valore virtuale, in verità, visto che anche a quel prezzo gli scambi erano sostanzialmente nulli.

In fumo 1,5 miliardi di risparmi

La decisione di Bankitalia, presa lo scorso venerdì, ha due conseguenze. La prima quella di posticipare la pubblicazione del bilancio 2018, di azzerare i vertici e mettere al timone figure di fiducia in attesa della capitalizzazione da un miliardo.

Quello che è certo è che la Banca popolare di Bari ha mandato in fumo circa 1,5 miliardi di capitalizzazione.  E senza un intervento pubblico e/o privato la banca rischiava di coinvolgere correntisti oltre i 100mila euro. Nello stesso tempo, la maxi-ricapitalizzazione, unita alle perdite in arrivo, è destinata ad azzerare i 70mila soci della banca. Un buco a cui rischia di aggiungersi anche il bond subordinato con scadenza 2021 emesso dalla banca nel giugno 2018: valore 213 milioni.

 

Storia della crisi della Banca popolare di Bari

La Banca Popolare di Bari, nasce nel 1960, ha 69mila azionisti, 2700 dipendenti e 368 sportelli. Molto radicata sul territorio pugliese, ha numerose  filiali in altre regioni italiane.

Una delle tappe iniziali di questa crisi risale al 2014, quando l’istituto rileva Tercas, la Cassa di Risparmio di Teramo, con 750 milioni di perdite e 1,4 miliardi di sofferenze. Viene varato un aumento di capitale da 800 milioni tagliando il valore delle azioni.

La crisi prosegue fino ad arrivare al bilancio del 2018, quando le perdite della Popolare di Bari salgono a 420 milioni, a cui vanno aggiunti altri 73,3 milioni nel giugno del 2019.

Tutto questo mentre i crediti deteriorati al 31 dicembre 2018 risultano essere 1,4 miliardi su impieghi totali per 10,65 miliardi. Per provare a rilanciarsi l’istituto ha quindi tentato di cedere il 73,6% detenuto per la Cassa di Risparmio di Orvieto. La trattativa è iniziata da mesi, ma nonostante sembrasse cosa fatta non si è riusciti a concludere. Per cui ancora non è arrivato nessun incasso.

Unica nota positiva, a luglio l’istituto ha ceduto crediti deteriorati per 2,9 miliardi, tornando a respirare un pochino.