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Petrolio in forte calo dopo il rally: il mercato scommette su una guerra breve con l’Iran

Dopo il rally delle ultime sedute, il mercato del petrolio cambia direzione e registra una brusca correzione. Le quotazioni hanno il 30%  circa nel giro di una seduta, mentre gli investitori valutano le dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump sull’andamento della guerra in Medio Oriente e sul possibile impatto sui flussi energetici globali.

Il Brent è sceso intorno agli 87 dollari al barile, dai 120 dollari raggiunti nella seduta di ieri, mentre il Wti statunitense si è attestato poco sopra gli 86 dollari. Il movimento arriva dopo l’impennata di lunedì, quando il greggio aveva superato la soglia dei 120 dollari per la prima volta da oltre tre anni, alimentato dai timori di interruzioni nelle forniture durante il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran.

“Dai quasi 120 dollari al barile si torna in zona 81 dollari, un ribasso di circa il -32% in una singola sessione che ricorda vagamente quanto successo negli stessi giorni di marzo del 2022, subito dopo lo scoppio del conflitto russo-ucraino dove il petrolio salì in modo molto forte per poi ritracciare pesantemente nei giorni successivi. Questo crollo sarà determinante nel lungo termine, potrebbe decretare a livello tecnico i massimi del petrolio, un ribasso cosí forte indica che la domanda era effettivamente assente e che i prezzi sono saliti sull’onda della speculazione di breve termine. La dinamica dei prezzi rimane comunque rialzista e siamo infatti tornati in area 90. Molto probabile, vista la situazione della volatilità, un ritorno verso area 100 nel corso dei prossimi giorni, ma la zona dei 120 rappresenta ora un vero e proprio muro tecnico” scrive in una nota David Pascucci – Market Analyst di XTB. 

Le parole di Trump raffreddano i timori sullo shock energetico

A pesare sull’inversione dei prezzi sono state soprattutto le dichiarazioni di Trump, che ha indicato la possibilità di una fine imminente delle ostilità. Il presidente ha affermato che la guerra contro l’Iran potrebbe concludersi “molto presto”, contribuendo a raffreddare le aspettative di una crisi energetica prolungata.
Parallelamente, Trump ha lanciato un duro avvertimento a Teheran sullo Stretto di Hormuz, minacciando una risposta militare “venti volte più forte” nel caso in cui l’Iran tentasse di bloccare il passaggio delle petroliere. Il messaggio è stato interpretato dagli operatori come un segnale che Washington non permetterà un’interruzione prolungata dei flussi di petrolio. Secondo diversi analisti, si tratta di una sorta di “intervento verbale” sul mercato: dichiarazioni politiche capaci di ridurre la tensione e riportare rapidamente le quotazioni su livelli più bassi.

Lo Stretto di Hormuz resta il nodo centrale

Lo Stretto di Hormuz rimane tuttavia il principale punto di vulnerabilità del mercato energetico globale. Il corridoio marittimo, situato tra Oman e Iran, rappresenta il più importante choke point petrolifero al mondo.
Nel 2025 circa 13 milioni di barili al giorno sono transitati attraverso lo stretto, pari a circa il 31% dei flussi mondiali di petrolio trasportato via mare. Da qui passano le esportazioni dei principali produttori del Golfo, tra cui Arabia Saudita, Iran, Iraq ed Emirati Arabi Uniti. Proprio per questo motivo ogni minaccia alla navigazione nella zona genera immediatamente forti oscillazioni dei prezzi.

Nonostante le tensioni geopolitiche, molti operatori ritengono che la chiusura dello Stretto non possa durare a lungo. Anche nei momenti più critici delle tensioni tra Iran e Occidente negli anni Ottanta, il passaggio non fu mai completamente interrotto.
Il mercato sembra quindi scommettere su un rapido ritorno alla normalità dei flussi energetici, riducendo il cosiddetto “panic premium” che aveva spinto il greggio oltre i 100 dollari.

Il G7 valuta il rilascio di riserve strategiche

Sul fronte politico, i ministri dell’Energia del G7 sono attesi a una riunione virtuale per discutere possibili misure volte a stabilizzare il mercato. Tra le opzioni allo studio c’è il rilascio coordinato di riserve petrolifere strategiche.
Secondo indiscrezioni, gli Stati Uniti sarebbero favorevoli alla messa sul mercato di 300-400 milioni di barili, pari a circa un quarto delle riserve pubbliche complessive detenute dai Paesi membri.
Nel complesso, i Paesi aderenti all’Agenzia internazionale dell’energia dispongono di oltre 1,2 miliardi di barili di scorte di emergenza pubbliche, cui si aggiungono circa 600 milioni di barili detenuti dall’industria sotto obbligo governativo.

Quanto possono aiutare le riserve strategiche? Come spiega Filippo Diodovich, Senior Market Strategist di IG Italia,

“le riserve strategiche servono proprio quando c’è una grave interruzione fisica dell’offerta, o un rischio credibile che tale interruzione possa provocare una disfunzione di mercato molto pesante. Non sono uno strumento pensato per tenere bassi i prezzi in modo permanente, né per annullare un trend rialzista strutturale. La loro funzione è soprattutto quella di guadagnare tempo: immettere barili sul mercato mentre si cerca di ripristinare i flussi. Al momento le riserve strategiche non saranno usate ma potrebbero essere utilizzate solamente per attenuare il panico sui mercati, coprendo vuoti temporanei di offerta. Se il conflitto si prolungasse e lo stretto di Hormuz restasse fortemente compromesso, le riserve strategiche non potrebbero bastare da sole a neutralizzare il problema”.

Scenari a un mese: dove possono andare WTI e Brent?

In un contesto caratterizzato da alta volatilità, gli analisti provano a delineare possibili scenari.
“Se nelle prossime settimane dovessimo assistere a un conflitto ancora aperto ma con una riapertura anche parziale di Hormuz, lo scenario più probabile resta quello di un petrolio stabilmente alto ma senza nuovi spike rialzisti. In questo caso crediamo che il WTI possa muoversi in un corridoio fra $95 e $115 e il Brent fra $100 e $120 entro un mese: livelli compatibili con traffico marittimo parziale, minacce ancora elevate e capacità di compensazione solo incompleta da parte di altri produttori o delle scorte” spiega Dioodovich.
Se invece il conflitto dovesse protrarsi con nuovi danni a infrastrutture nel Golfo, ulteriori tagli produttivi in Iraq, Kuwait, Arabia Saudita o Emirati, e soprattutto con un blocco persistente di Hormuz, allora – spiega ancora l’analista –  “il mercato entrerebbe in una fase diversa: non più solo premio al rischio, ma vero pricing di uno shock energetico globale. In quel caso, nel giro di un mese il WTI potrebbe salire verso $120-$150 e il Brent verso $125-$160, con punte anche superiori a $200 nelle sedute più caotiche”.
“Lo scenario ribassista esiste ma con minori probabilità. Richiederebbe una combinazione abbastanza precisa: ripresa del traffico nello Stretto, assenza di nuovi attacchi contro asset energetici regionali, segnali politici di contenimento e magari anche un rilascio coordinato di scorte che convinca il mercato che il peggio è alle spalle. Solo in quel caso il WTI potrebbe tornare in area $80-$90 e il Brent in area $85-$95 entro un mese. Ma allo stato attuale il mercato non sembra ancora pronto a prezzare con convinzione una vera normalizzazione” conclude.