P4, nuovo incubo del premier: “Fango su tutti per colpire me”

22 Giugno 2011, di Redazione Wall Street Italia

ROMA – “Berlusconi deve essere intelligente e purtroppo non lo è”. Lo dice il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo in una telefonata con Luigi Bisignani, l’uomo al centro della presunta P4, contenuta negli allegati all’inchiesta depositati dai magistrati napoletani. I due parlano del coordinatore del Pdl Denis Verdini e la Prestigiacomo dice a Bisignani: “Cosa ti ha detto Denis, perché lui gli consiglia di non occuparsi…però Berlusconi deve essere intelligente e purtroppo non lo è”. “Appunto”, risponde Bisignani.

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L’appalto da nove milioni di euro per l’informatizzazione degli uffici di Palazzo Chigi, i contratti tra la Ilte, società cartiera piemontese e le Poste, i rapporti tra Luigi Bisignani e l’ex dg della Rai Mauro Masi circa il contenzioso con Michele Santoro per la chiusura di Annozero. Di questo si dovranno occupare i pm romani che vaglieranno le carte, poco più di un centinaio di pagine, qualche brano di interrogatorio e delle intercettazioni, giunte alla Procura capitolina da quella partenopea. Il “plico” napoletano, inviato dai pm Francesco Curcio e John Woodcock, i titolari dell’inchiesta napoletana sulla cosiddetta P4, è finito in un fascicolo aperto come modello 45, ossia senza indagati e ipotesi di reato.

“Al momento è poco il materiale giunto da Napoli – affermano gli inquirenti capitolini – e non sappiamo se in futuro arriveranno altre cose”. In sostanza i pm napoletani hanno inviato ai colleghi “spunti di indagine” su eventi di competenza romana. Tra gli atti posti all’attenzione del procuratore aggiunto, Alberto Caperna, c’é soprattutto l’appalto per la informatizzazione di Palazzo Chigi. In particolare si fa riferimento al contratto dell’Italgo di Anselmo Galbusera. Non é escluso che i pm romani affidino un’ampia delega agli uomini della guardia di Finanza al fine di chiarire le vicende dell’appalto che fu vinto nel giugno del 2010. Nello scorso mese di marzo, su richiesta della procura di Napoli, furono effettuate delle perquisizioni negli uffici della società di cui Galbusera, che sarebbe molto legato a Bisignani, è socio al 20%. Negli atti giunti a Roma potrebbero esserci anche brani dell’audizione che lo stesso Galbusera ha svolto con i pm titolari dell’inchiesta napoletana, Francesco Curcio e John Woodcock.

Un colloquio durante il quale gli inquirenti hanno chiesto dell’appalto vinto, circa 9 milioni di euro spalmati in tre anni, e che riguarda i servizi informativi presso la presidenza dei Ministri. Tra i documenti giunti a Roma anche le questioni legate ai contratti tra la Ilte, società cartiera piemontese legata a Bisignani, e le Poste per la stampa e la spedizione di bollette e fatture in Italia. Curcio e Woodcock hanno ritenuto di competenza romana anche la vicenda della pubblicità al sito di Roberto D’Agostino, Dagospia. Nella richiesta di applicazione delle misure cautelari nei confronti di Bisignani, i pm scrivono che attraverso l’uomo d’affari il sito di gossip ha ottenuto pubblicità per centomila euro all’anno”. La circostanza emerge nel paragrafo in cui Papa e Bisignani parlano della cena di Vietti con “quattro avvenenti ragazze”. Una notizia che viene “proposta e presentata al Bisignani per Dagospia – scrivono i pm – e ciò a conferma della cogestione occulta da parte del Bisignani medesimo del noto sito scandalistico, al quale lo stesso Bisignani, come lui stesso ha ammesso, ha fatto ottenere dall’Eni pubblicità per oltre 100 mila euro all’anno”.

Nel procedimento aperto dai pm romani è presente anche il filone di indagine sul rapporto tra Bisignani e l’ex dg della Rai, Mauro Masi. In particolare il riferimento è al contenzioso, esploso nei mesi scorsi, tra l’ex dg e Michele Santoro in relazione alla chiusura del programma Annozero. Da piazzale Clodio non escludono che su questo punto possa essere disposto uno stralcio e conseguente trasmissione degli atti al Tribunale dei Ministri. Al vaglio del Tribunale dei Ministri, da tempo, c’é il fascicolo che vede indagato Silvio Berlusconi per concussione e minacce con riferimento alle pressioni esercitate nel 2009 sull’allora commissario Agcom Giancarlo Innocenzi affinché venisse sospeso Annozero. In questa vicenda, l’Autorithy, Innocenzi e Masi sono considerati parti offese.

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Roma (Reuters) – Ieri la Procura di Roma ha aperto un fascicolo, senza indagati e senza ipotesi di reato, dopo aver ricevuto dalla procura di Napoli materiale riguardante quattro capitoli di indagine sulla cosiddetta “P4”. Lo riferiscono fonti giudiziarie.

Nelle carte consegnate alla procura di Roma, che saranno visionate dal procuratore aggiunto Alberto Caperna, si fa riferimento anche al contratto dell’Italgo di Anselmo Galbusera, che doveva provvedere all’informatizzazione di Palazzo Chigi, riferiscono le fonti.

Nel materiale ora in possesso della procura, fanno sapere le fonti, si fa riferimento anche all’interessamento di Bisignani circa il contenzioso tra il giornalista Michele Santoro e l’ex direttore generale della Rai Mauro Masi, in merito alla chiusura del programma tv “Anno Zero”, oltre ai rapporti tra le Poste e la Ilte, società legata a Bisignani, e i rapporti di pubblicità di Dagospia garantiti da Eni.

Il procuratore aggiunto Caperna, d’accordo con il procuratore Giovanni Ferrara, visionerà le carte e poi deciderà a chi assegnarle e a chi delegare le indagini.

Le carte relative al contenzioso tra Santoro e Masi, riferiscono le fonti, potrebbero essere inviate al Tribunale dei Ministri, dal momento che esiste un’indagine analoga della procura di Roma su un possibile caso di concussione su organi amministrativi da parte del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

Nel corso di un’indagine della procura di Trani su carte di credito “revolving” di American Express, infatti, sono emerse delle intercettazioni dalle quali si evince che Silvio Berlusconi avrebbe fatto pressioni, nel 2009, sui commissari dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni affinché programmi tv come “Anno Zero” non andassero in onda.

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Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

I VERBALI

Di Carlo Bonino e Corrado Zunino

PIAZZA Mignanelli, Luigi Bisignani non conosceva requie. Si “spaccavano culi” (quello di Michele Santoro), si sorvegliavano palinsesti Rai (Report), si definivano mercati pubblicitari (“Libero”), si suggeriva l’eutanasia della campagna di “Giornale” e “Libero” su Fini e la casa di Montecarlo. E ancora si confezionavano veline, si scomunicavano giornalisti con la schiena dritta (Lirio Abbate), si raccoglievano confidenze sulla furia privata di Vittorio Feltri contro il Cavaliere.

Un Potere unico e irresponsabile, perché senza volto, minacciava, blandiva, ricattava, usando l’informazione come un manganello agitato nell’ombra. E di quel potere di cui conosceva bene la forza, lui, Luigi Bisignani, giornalista radiato dall’Ordine nel 2000, interfaccia di Gianni Letta, era totem e anima.

MASI È ARRAZZATO: “LO SBORRONE E’ MORTO”

Il 14 ottobre del 2010, il direttore generale della Rai è su di giri. Ha buone notizie per il “Principale”. “Santoro sta in fuga. I miei brindano. Questo (Michele Santoro, ndr) non va dai giudici. Va all’arbitrato. Abbiamo vinto, Gigi. E’ morto”. Bisignani bofonchia. Lascia che Masi lo delizi. “Come lo sborrone. Voleva rompere il culo a tutti. Va all’arbitrato. Significa che gli hanno detto che dai giudici prende le botte. Je stamo a spaccà er culo”.
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Gigi registra e confida il suo entusiasmo in modo più prosaico al ministro dell’ambiente Stefania Prestigiacomo. “Un destro così non ti verrà mai più nella vita”. Certo Santoro non è l’unico problema. C’è la Milena Gabanelli e il suo “Report”. Hanno preparato un’inchiesta sull’eolico. Bisignani è preoccupato. Chiede a Masi: “Stasera non c’è qualcuno che fa qualche puttanata a Rete 3, la Gabanelli, in diretta?”. L’interlocutore lo rassicura: “Contro l’eolico, stasera. Io ho visto il palinsesto”. “Gigi” non si fida: “No, no, no. Magari con queste rivelazioni che escono alle 10 e mezza, Ruffini (direttore di Rete3, ndr) si inventa qualcosa in diretta”.

Masi e Bisignani parlano con la frequenza di un figlio con una madre. “Tutti i giorni – annotano i pubblici ministeri napoletani – il direttore generale della Rai manifesta la necessità di relazionarsi con Bisignani”. Anche perché “Gigi”, che lo usa come un ventriloquo, lo blandisce per illuderlo di essere autonomo. Come quei “coach” che lavorano sulla motivazione. “Sei stato bravissimo e lo sai che sono sincero”, gli dice dopo la lite in diretta con Santoro. “Si è visto dalle domande del cazzo, da come ha cominciato. L’avrei preso a schiaffi”.

SIMEON AL COACH: “QUELLA *BLIP* DELL’ESPRESSO”

D’altra parte, “Coach” è il termine con cui Bisignani è gratificato da un’altra delle sue pedine in viale Mazzini. Il giovanissimo Marco Simeon, protetto di Angelo Bagnasco, Segretario di Stato vaticano e direttore delle relazioni istituzionali e internazionali della Rai. Nel febbraio del 2010, è deflagrata l’inchiesta di Firenze sul Sistema corrotto dei Grandi Appalti pubblici. Angelo Balducci e la sua compagnia di giro, tra cui l’ex provveditore alle opere pubbliche Fabio De Santis, con cui Simeon si intrattiene al telefono (intercettato), sono in un mare di guai.

Lirio Abbate, collega de “l’Espresso”, da tempo sotto tutela perché minacciato da Cosa Nostra, ha la colpa di fare il suo mestiere e di lavorare con un’inchiesta, poi acquisita al fascicolo istruttorio dalla Procura di Perugia, al ruolo del giovane rampollo protetto da Oltre Tevere. Simeon chiama il “Coach”. Sbraita. E’ fuori di sé. Vuole, evidentemente, che “Gigi” (capace per altro – annotano i pm di Napoli – di fare scivolare on-line un comunicato-velina su vicende che stanno a cuore al ministro Prestigiacomo anche su “Repubblica. it”), si muova. Dice: “Quello dell’Espresso è un articolo di merda e nessuno lo ha accorciato”.

(Nota della redazione di Repubblica.it. I pm si riferiscono probabilmente all’articolo sulla bocciatura del candidato della Prestigiacomo 1all’agenzia nucleare, in cui peraltro non c’è traccia di “veline”).

GIGI, BOCCHINO, I LIBICI E “DAGOSPIA”

“Dagospia” è Luigi Bisignani. Roberto D’Agostino è un suo amico. Una parola di “Gigi” può fare del sito un pit-bull, o un barboncino da salotto. Ai pm napoletani lo racconta Italo Bocchino, capogruppo di Fli alla Camera. Interrogato e sollecitato dall’ascolto di un’intercettazione, spiega: “Rilevo che è lo stesso D’Agostino a chiedere a Bisignani se pubblicare o meno le notizie. E rilevo, tuttavia, che Bisignani in qualche modo blocca il D’Agostino che voleva attaccarmi”.

Del resto, anche l’ambasciatore libico in Italia, Hafed Gaddur, vede bene di telefonare a Bisignani, per chiedere le ragioni e lamentarsi di quanto ha pubblicato sul suo conto il sito “Agospia” (come dice lui). “Che ha combinato? Ora mi informo e domenica cerco di saperlo”, rassicura Bisignani.

FELTRI E BERLUSCONI “SAPESSI COME NE PARLA”

Con “il Giornale”, Bisignani ha un rapporto altalenante. Nel pieno della campagna su Fini e la casa di Montecarlo, di cui non gradisce la virulenza e teme gli esiti politici, dice: “Ne abbiamo due o tre da zittire”. E il 9 agosto 2010, del “Giornale” e del suo direttore in quei giorni, Vittorio Feltri (tornerà a “Libero” due mesi dopo), discute con Enrico Cisnetto, editorialista del quotidiano.

“Lui ha in testa di candidarsi in politica appena Berlusconi schioda”, dice Cisnetto. “Secondo me – aggiunge – alcuni passaggi che lui (Feltri, ndr) fa sono pienamente finalizzati a creare problemi a Berlusconi, perché poi, quando si è messo a tavola a parlare di Berlusconi, ne parlava talmente male… Se avessi avuto un registratore, mandavo la cassetta al Cavaliere. Sarebbe svenuto. Cosa non ha detto”.

LA SANTANCHÉ E LA LINEA DEL NORD

Finché i rapporti si sono rotti, Daniela Santanché viaggia con il vento che “Gigi” le assicura alle spalle. Arrivando a farle suggerire da un amico “l’acquisto delle edizioni locali per il Piemonte, la Lombardia e il Veneto, dei quotidiani “Libero”, “Metro”, “News” e anche “Epolis”, per un fatturato di 10 milioni di euro”. “Così – chiosa all’amica – controllerai tutte le linee del nord”.

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La P4 il nuovo incubo del premier “Fango su tutti per colpire me”

di Francesco Bei

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

ROMA — Ora Berlusconi inizia ad avere paura. Nemmeno la notizia del raggiungimento di quota 317 a Montecitorio (ma secondo Denis Verdini «siamo in realtà già a 321»), un livello mai toccato dalla maggioranza da quando c’è stata la scissione di Fli, riesce a risollevargli l’umore. Quella sulla P4 sarà pure «un’inchiesta sul nulla», come ripete il premier a Stefania Prestigiacomo per rincuorarla.

Eppure il Cavaliere ne teme gli effetti, quelli mediatici e quelli politici, «il fango nel ventilatore», con un indebolimento del governo proprio alla vigilia del varo della manovra finanziaria: «Sono io il vero obiettivo». A preoccupare il premier anche l’arresto di Lele Mora con l’accusa di bancarotta. L’agente dello spettacolo sarà infatti interrogato lunedì prossimo nel processo Ruby e stavolta dovrà presentarsi in Tribunale con le manette ai polsi dentro un cellulare della polizia penitenziaria. Un bel salto rispetto alle Bentley e ai fasti della Costa Smeralda.

Il Cavaliere teme le conseguenze psicologiche su «Lele» di una settimana trascorsa nella cella del carcere di Opera. «Mora — è la battuta che circolava ieri nel Pdl — non è certo Primo Greganti. Se i pm lo tengono in galera quello canta». Anche Emilio Fede ieri, parlando alla “Zanzara”, non ha nascosto un certo pessimismo sull’amico finito nella polvere: «Quando l’albero è caduto tutti vanno a farla legna».

Con questi pensieri nella testa Berlusconi ha affrontato ieri la prima giornata di verifica parlamentare a palazzo Madama. Un discorso, preparato nella parte economica da Renato Brunetta, con cui il premier ha annunciato 11 capo del governo pronto a offrire il Quirinale a Casini pur di ricucire con l’Udc l’arrivo della riforma fiscale «prima della pausa estiva». Sembra sia stata proprio questa accelerazione a indispettire Giulio Tremonti, che non avrebbe fatto nulla per nascondere il suo disappunto. Nonostante la smentita preventiva di palazzo Chigi (»voci prive di fondamento»), ci sarebbe stata anche un’altra occasione di litigio fra il premiere il ministro dell’economia, questa volta riguardo la successione di Mario Draghi alla guida della Banca d’Italia.

Non è un mistero che Tremonti abbia puntato le sue carte su Vittorio Grilli, l’ex Ciampi boy diventato il suo braccio destro alla direzione generale del Tesoro. Ma proprio per questo per il capo del governo non sarebbe opportuno mettere un uomo di Tremonti a Bankitalia, accrescendo in maniera significativa il già vasto potere del ministro dell’Economia. Meglio allora una candidatura interna, come quella del direttore generale di via Nazionale, Fabrizio Saccomanni, gradito anche al Quirinale e all’ex governatore Draghi.

E tuttavia il premier, parlando con un deputato Pdl, ieri sera giurava che con il suo ministro dell’Economia le cose in questa fase stiano filando via più lisce del solito: «Semmai ad avercela con lui sono i leghisti, non io». Ma tra i due resta intatta la distanza po litica sulle scelte da prendere con la manovra finanziaria e la riforma del fisco.

Per provare – invano – a strappargli qualcosa, giorni fa il Cavaliere ha inviato il gigante sottosegretario Guido Crosetto e il ministro Renato Brunetta a trattare con «Giulio». La loro missione era fare la faccia feroce, ma Tremonti non si è affatto spaventato. Anzi il ministro dell’economia ha raccontato divertito l’incontro a un amico: «Con quei due li’ di fronte mi sembrava di stare nel bar di Guerre Stellari». Se la tensione con Tremonti resta alta, è a Pier Ferdinando Casini che il Cavaliere è tornato a guardare con la speranza di staccarlo dal terzo polo.

Ieri, nel discorso al Senato, lo ha corteggiato in tutti i modi. «Sia chiaro – era il messaggio rivolto ai centristi – che non voglio rimanere per sempre a palazzo Chigi e fare a vita il leader del centrodestra, voglio però fortissimamente lasciare all’Italia come mia eredità politica un grande partito ispirato al Ppe». Nei prossimi giorni, appena nominato segretario, sarà Angelino Alfano a incontrare Casini per discutere del futuro con l’Udc, con il più ampio mandato possibile.

Berlusconi si è infatti convinto che non sia la candidatura a premier del centrosinistra l’oggetto del desiderio di «Pier». Il quale in realtà mirerebbe molto più in alto, al Quirinale piuttosto. «Se Casini vuole farsi eleggere al Colle – ragiona un ministro del Pdl – allora potremmo offrirgli noi uno scambio. Lui al Quirinale e Alfano a palazzo Chigi. L’Udce il Pdl si scioglierebbero per dar vita alla sezione italiana del Ppe, la vera casa dei moderati». Discorsi che, al momento, non sembrano fare breccia tra i centristi. «Non andiamo certo con loro adesso che sono alla canna del gas – osserva il capogruppo Udc al Senato, Gianpiero D’Alla, dopo aver ascoltato in aula Berlusconi – certo, se portano in Parlamento il quoziente famigliare noi lo votiamo. Ma finché c’è Berlusconi lì dentro non possiamo andare».

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