Governo, Pd in crisi dice no ad accordi con M5S e Lega

8 Marzo 2018, di Alessandra Caparello

“Lunedì le mie dimissioni saranno esecutive, così si finisce di parlare di me”. Così si è espresso Matteo Renzi parlando ai suoi e aprendo così il percorso verso l’assemblea nazionale straordinaria di aprile che dovrà eleggere un nuovo segretario.

Quanto agli eventuali accordi per provare a formare un governo, Renzi da subito ha messo dei paletti, dicendo no ad accordi con “estremisti”, come Lega e M5s, andando contro ad alcuni esponenti del partito come il governatore della Puglia, Michele Emiliano, e quello del Piemonte Sergio Chiamparino, che invece avevano paventato un accordo con i pentastellati.

“Discutere se fare o no l’accordo con Cinque stelle è stata una trovata mediatica di Renzi per i discutere un’altra cosa invece di quello di cui bisognava parlare: cosa fare dopo una disfatta storica. Si prova a parlare di questo per evitare una discussione su un risultato che è stato drammatico. È come buttare la palla il tribuna”.

Va all’attacco il ministro della Giustizia Andrea Orlando, leader della minoranza Pd che sta chiedendo una gestione collegiale dopo le dimissioni di Matteo Renzi il giorno dopo le elezioni. Escluso quindi un governo con i pentastellati, per Orlando il posto del Pd è all’opposizione:

“All’opposizione si possono fare molte cose, anche battaglie che possono diventare maggioritarie in Parlamento. Non è l’Aventino, ma può avere carattere costitutivo“.

Anche il ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda, che si è iscritto al Pd, dice no ad alleanze con il M5S:

“Se il Pd si allea con il M5s il mio sarà il tesseramento più veloce della storia“.

Calenda, il cui nome circola tra i favoriti alla segreteria del partito, guarda a una leadership guidata da Paolo Gentiloni.

“Il Pd ha un leader ed è Paolo Gentiloni che è a Palazzo Chigi. Non ho nessuna pretesa di fare il segretario del Pd, non ho mai messo piede al Nazareno, sarebbe ridicolo propormi come segretario di una comunità che non conosco”.

Silvio Berlusconi nel frattempo ha altre idee e pensa a un candidato premier che possa convincere gli eletti esterni all’area di centro destra e i parlamentari del PD più “moderati” a sostenere un governo di responsabilità. Alla lista di Lega, Forza italia e Fratelli d’Italia mancano almeno 50 deputati e una ventina di senatori per poter ottenere la fiducia di governo.

Se durante le consultazioni Luigi Di Maio e Matteo Salvini non riusciranno a formare un governo, il piano del tre volte presidente del Consiglio è quello di proporre un governo di minoranza guidato dal presidente della Regione Veneto Luca Zaia con l’astensione del Pd al voto di fiducia ma con il suo appoggio nelle questioni programmatiche in cui ci potrebbe essere più ampio consenso.

Il leader di Forza Italia è convinto che l’ipotesi possa andare bene anche alla Lega, primo partito della coalizione, perché piazzerebbe uno dei suoi, sebbene non Salvini, a Palazzo Chigi. Per i progressisti Zaia sarebbe infatti un nome meno indigesto rispetto al leader del Carroccio e dal Quirinale Sergio Mattarella potrebbe fare un lavoro di moral suasion per convincere almeno una parte del gruppo parlamentare di centro sinistra ad accettare la proposta e raggiungere il numero di seggi necessario per ottenere la fiducia.