Società

Mercati, nessun terremoto nel breve. Ma bando all’euforia

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NEW YORK (WSI) – Il benedettino Anselmo si rivolge all’ateo. Tu sei capace di concepire, gli dice, quella cosa di cui nulla può pensarsi più grande. Dio, quindi, è nel tuo intelletto. Quello che neghi, dunque, è solo che Dio esista nella realtà esterna. Ma se è come dici tu, allora sei in contraddizione, perché implicitamente ammetti che un Dio esistente nella realtà esterna sarebbe più grande (in quanto esistente davvero) di quello che hai pensato tu, che dunque non è il più grande. L’Essere davvero più grande deve quindi anche esistere. Questa argomentazione fulminante, per la quale Anselmo d’Aosta sarà proclamato Doctor Magnificus da Clemente XI nel 1720, è contenuta nel Proslogion del 1077. Cartesio, Spinoza, Leibniz e Hegel la faranno loro, Hume e Kant cercheranno di confutarla. L’ateo Bertrand Russell, nel XX secolo, la definirà ammirevole, insigne e degna di grande rispetto.

Derivare l’essere dal pensiero dell’essere, invertendo l’ordine dell’esperienza quotidiana, contraddistingue anche i bull market azionari nella fase di maturità. Nella prima fase, infatti, il rialzo di borsa corre dietro alla realtà e cerca di rispecchiarla in ritardo. Nella seconda fase è la realtà che deve rincorrere il rialzo di borsa e diventarne degna.

Nell’inverno tra il 1999 e il 2000 i mercati ebbero una visione (con tratti allucinatori evidenti) in cui una nuova era di spettacolare accelerazione tecnologica avrebbe portato, oltre al benessere universale, margini di profitto di latte e miele là dove, per il momento, c’era solo un immenso falò di ricchezza. Un decennio più tardi un cultore di Religious Studies, Robert Geraci, pubblicherà un libro intitolato Apocalyptic Artificial Intelligence e metterà in evidenza le radici mistiche, alchemiche, golemiche e apocalittiche delle teorie singolaritariane e transumaniste che sono state la base ideologica della bolla di Internet e che ancora oggi ispirano influenti personaggi di Silicon Valley.

Come ben sappiamo, il pensiero utopico e messianico del 1999-2000 non riuscì a produrre una realtà alla sua altezza. Come era accaduto dopo i quattro Grandi Risvegli religiosi vissuti dall’America nei due secoli passati, alla febbre della Nuova Era subentrò un periodo di depressione. Il rialzo azionario del 2003-2008 lenì la delusione ma fu completamente privo di afflato mistico. Fu e fu vissuto come il mero prodotto di politiche monetarie espansive e di una globalizzazione ormai matura. Premiò settori prosaici e terragni come case, miniere ed energia e continuò a punire gli assalti al cielo di Internet 1.0. Il crollo del 2008 fu una classica crisi bancaria, amplificata dall’eccesso di leva nel sistema. Grande, grandissimo fenomeno, ma non grandioso.

Oggi, dopo il quinto compleanno del rialzo, ci troviamo in una situazione psicologica a metà strada tra il 1999-2000 e il 2003-2008. Internet 2.0 fa di nuovo sognare e Facebook spende 19 miliardi per comprare una app e le 50 persone che le stanno dietro. I multipli delle stampanti 3D, delle auto elettriche, dei social network e delle piattaforme di scambio al dettaglio e tra aziende sono di nuovo stellari, mentre le miniere, l’acciaio e i comparti della prima rivoluzione industriale (ferrovie escluse) tornano a soffrire. È un 1998, ma senza enfasi, in tono minore e con società che talvolta fanno anche utili, o almeno si propongono seriamente di farli.

È un 1998, e non un 1999, anche perché tutto avviene tra istituzionali. Gli investitori individuali non sono ancora nel mercato se non attraverso fondi. Non c’è l’atmosfera malsana e febbrile della sala giochi. Chi ha un lavoro se lo tiene ben stretto e non lo abbandona per dedicarsi al trading da casa.

L’attività di fusioni e acquisizioni è abbastanza vivace ma, con l’eccezione di aree limitate di Internet 2.0, rimane rigorosamente nei limiti del buon senso. Le banche ricapitalizzano e riducono l’attivo. I mutui sono praticamente nazionalizzati in America e ridotti al lumicino in Europa. Ci si scandalizza per i prestiti auto in forte espansione (peraltro già terminata) perché non c’è niente di più serio per cui scandalizzarsi.

L’analogia con la seconda parte del rialzo 2003-2008, sul piano psicologico, sta invece nel fatto che il mercato, a questo punto, si sente, come allora, pienamente in diritto di stare al livello in cui sta, per quanto alto questo possa apparire. La differenza è nella giustificazione di questo atteggiamento.

A partire dal 2005 e fino al crash del 2008 il rialzo viene razionalizzato guardando al passato. È la teoria della Grande Moderazione. Abbiamo imparato una volta per tutte, ci si ripete ogni giorno in quegli anni, a crescere senza inflazione e senza eccessivi disavanzi pubblici. Poiché la moderazione è qui per restare, non avremo i classici fenomeni di surriscaldamento che tradizionalmente mettono fine a un ciclo espansivo. Quindi la crescita economica e il rialzo azionario dureranno fino a che uno shock esogeno non li interromperà.

Oggi la razionalizzazione viene fatta guardando al futuro e non più pensando a uno stato stabile e nirvanico come quello della Grande Moderazione ma ipotizzando un percorso dinamico di redenzione e rinascita. Abbiamo sofferto, ci si dice, sotto il peso del deleveraging e dell’austerità, abbiamo attraversato questi anni disintossicandoci con fatica dagli eccessi del decennio scorso (quello in cui ci si sentiva così moderati). Ora la fase di espiazione volge al termine e possiamo godere, nei prossimi anni, del frutto di questi sacrifici. La crescita globale sta per accelerare in modo sincronizzato (con l’eccezione di alcuni emergenti e con qualche sbavatura in Cina) e senza inflazione. Il bello, quindi, deve ancora arrivare.

Il mercato crede così tanto nella tesi dell’accelerazione sincronizzata che rifiuta di considerare pericolosi il rallentamento americano in questo trimestre, la fragilità europea evidente in alcuni dati recenti e la recessione, breve ma intensa, che il Giappone subirà nel secondo trimestre. Nemmeno la questione ucraina, il tipico potenziale shock esogeno, scuote le certezze con la sola eccezione, finora, della borsa tedesca. La tesi dell’accelerazione è insomma così bella, solida e perfetta che deve per forza avere dignità di esistenza, avrebbe detto Anselmo, anche nella realtà esterna.

Siamo allora di fronte a un mercato cieco e arrogante che andrà per forza incontro ad amare delusioni? Non necessariamente. Una volta tanto si pensa in modo strutturale e razionale. Gli ingredienti per l’accelerazione ci sono tutti, a partire da un’ampia creazione globale di liquidità anche in questo 2014.

Ci sono poi politiche fiscali meno restrittive che fanno davvero pensare a un’accelerazione della domanda aggregata per quest’anno e per il prossimo. D’altra parte, alla solida consapevolezza del proprio diritto a rimanere in alta quota non corrisponde, nelle borse, un atteggiamento euforico. L’SP 500 è in rialzo dell’uno per cento dall’inizio dell’anno, il Dax è in ribasso del 4 e il Nikkei del 9.

Quanto all’Ucraina, l’escalation dello scontro tra Occidente e Russia toccherà probabilmente un picco la settimana prossima. Dopo il referendum in Crimea e dopo avere introdotto sanzioni reciproche ci si fermerà. Andare oltre sarà infatti troppo costoso e rischioso per tutti. Putin si terrà la Crimea e l’Occidente si terrà un’Ucraina finlandizzata con un forte grado di autonomia per le regioni russofone.

Superficie agitata, dunque, e acque profonde calme. Andando ancora più giù, tuttavia, la placca tettonica sottostante, quella che si muove molto lentamente e che è però dotata di formidabile energia, si muove inerzialmente nella direzione sbagliata.

La Banca dei Regolamenti Internazionali, che sorveglia la placca come suo compito istituzionale, ci ricorda che il debito globale, dalla crisi a oggi è salito da 70 a 100 trilioni. Il prossimo terremoto è ancora lontano, certo, ma ogni tanto ricordiamoci che non siamo diventati invincibili.

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*Questo documento e’ stato preparato da Alessandro Fugnoli, strategist di Kairos Partners SGR – che ringraziamo – ed e’ rivolto esclusivamente ad investitori istituzionali ovvero ad operatori qualificati, così come definiti nell’art. 31 del Regolamento Consob n° 11522 del 1° luglio 1998 e successive modifiche ed integrazioni. Le analisi qui pubblicate non implicano responsabilita’ alcuna per Wall Street Italia, che notoriamente non svolge alcuna attivita’ di trading e pubblica tali indicazioni a puro scopo informativo. Si prega di leggere, a questo proposito, il disclaimer ufficiale di WSI.