Valuta saudita manda allarme “cigno nero”

24 Novembre 2015, di Daniele Chicca

NEW YORK (WSI) – Rischia di verificarsi un cigno nero di proporzioni inaudite, secondo i mercati. Il valutario ha infatti mandato il segnale di allarme più forte da 13 anni a questa parte.

Gli analisti di Bank of America temono che l’Arabia Saudita decida di slacciare il riyal nazionale dal dollaro Usa: “sarebbe l’evento ‘catastrofico’ numero uno per i mercati petroliferi nel 2016”, si legge nel report della banca.

Che si verifichi tale evento è “molto improbabile, ma avrebbe un impatto molto grande”. Tenuto conto dell’andamento dei contratti ‘forward’ legati alla divisa saudita, che danno una stima di quanto varrà il riyal in futuro, le chance di un cigno nero provocato dall’abbandono di un qualsiasi legame con il dollaro da parte delle autorità saudite sono le più elevate dal 2002.

Ieri il governo saudita ha promesso che farà tutto il possibile per sostenere i prezzi del greggio, che secondo Venezuela e Goldman Sachs sono destinati a scendere sotto i 20 dollari al barile se l’Opec non interverrà. I mercati hanno momentaneamente salutato con favore la notizia e i prezzi dell’oro nero hanno rimbalzato ieri sera.

Ma i mercati ora sono innervositi dalla situazione economica saudita, penalizzata dai sempre più bassi ricavi provenienti dal greggio e dai tanti soldi spesi dall’Arabia Saudita nelle guerre per procura in Yemen e Siria.

Al regno del Golfo non rimangono molte opzioni, a parte indebitarsi ancora: interrompere immediatamente la strategia per colpire gli Usa e il business del gas di scisto, sovraccaricando l’offerta energetica, oppure abbandonare il peg prima che le riserve valutarie si prosciughino.

La moneta nazionale saudita è legata al dollaro Usa da ormai diversi decenni. Al momento viene mantenuto artificialmente il tasso di cambio di circa 3,75 dollari Usa per riyal.  Finché le riserve valutarie di Riyad sono elevate e finché i proventi dalle attività di esportazione di oro nero continueranno a essere buoni, la possibilità che la strategia del peg venga abbandonata sono minime.

Dall’anno scorso i futures sul petrolio Wti hanno perso circa il 45% del loro valore scendendo anche sotto l’area dei 40 dollari al barile.