L’insostenibile leggerezza del deficit

7 Novembre 2018, di Redazione Wall Street Italia

A cura di Michele Spallino

La politica del deficit spending è praticata e auspicata con gran leggerezza, non solo da politicanti e giornalisti bensì anche da qualche professore d’economia, eppure essa è insostenibile, specie per i paesi ad alto indebitamento, così come i modi d’essere nella vita adottati con spensierata leggerezza si rivelano pesanti e insostenibili nel celebre romanzo di Milos Kundera.

Prima di passare alla dimostrazione, un veloce riassunto delle puntate precedenti.

John Maynard Keynes inventò questa politica economica negli anni 30 del secolo scorso, quando l’economia mondiale si trovava in una Grande Depressione, originata da varie concause tra le quali spiccava un eccesso di produzione rispetto ai consumi; inoltre si era in epoca di equilibrio nei bilanci statali e i debiti pubblici, per lo più conseguenza di fatti straordinari come la Grande Guerra, erano di entità contenuta.

In tale contesto, l’idea del noto economista: un “temporaneo” ricorso al deficit di bilancio, finalizzato ad aumentare la domanda di beni e servizi (famoso il paradosso delle buche da far scavare e poi ricoprire, per esemplificare la finalità principale del suo deficit spending), facilmente finanziabile sui mercati creditizi senza conseguenze nefaste sui tassi d’interesse e sulle spese di indebitamento.

Fu la “mammella” del secolo, cui tutte le classi dirigenti si attaccarono immediatamente con entusiasmo puerile ben comprensibile: poter spendere senza vincoli di bilancio è il massimo, specie per i politici adusi a considerare i voti elettorali una merce in vendita al miglior offerente.

Così il deficit spending è rimasto imperituro anche se si sono succedute fasi economiche in cui vi era forte crescita (anni sessanta) e la domanda eccedeva l’offerta generando inflazione (anni settanta), per cui qualche importante nazione (anni ottanta e novanta) provò a perseguire il surplus di bilancio e l’abbattimento dei debiti pubblici.

Ma poi è arrivata la globalizzazione e a ogni fase di rallentamento congiunturale si è tornati a incrementare i deficit con il risultato di gonfiare i debiti pubblici e di portare alle stelle i tassi d’interesse e le difficoltà di finanziamento. A quel punto, altro che crescita da deficit, si prospettava la recessione da deficit.

Motivo per cui, in mancanza di nuovi Keynes, le banche centrali -contravvenendo ai loro mandati originari- si sono messe a finanziare i debiti pubblici, direttamente o indirettamente, schiacciando i tassi d’interesse fino a farli divenire negativi in alcuni casi, e ciò anche in presenza di crescita robusta perché – divenendo il nuovo criterio discriminante la paura della deflazione – si postulava una magica soglia obiettivo del 2% di aumento dei prezzi al consumo: solo superandola -e siamo ai giorni nostri-dovrebbero interrompersi le loro “facilitazioni quantitative” (elegante eufemismo inventato per indicare la creazione di mezzi monetari) da cui l’attuale debito mondiale record, pubblico e privato.

Nel frattempo il deficit spending, da manovra eccezionale per stimolare la domanda aggregata in situazione di depressione, è divenuto una costante della politica economica, e l’immaginario collettivo ne è ormai dipendente (a furia di ripeterla acriticamente anche una bugìa diviene vera) e dunque resta inossidabile l’idea che se si riduce la crescita – nonostante il deficit presente e passato – ci vuole altro deficit per farla aumentare. Vi fischiano le orecchie?

Purtroppo però, come anche il Lord Keynes della General Theory (1936) condividerebbe, non esistono pasti gratis a questo mondo. Ne consegue come già adesso, per paesi con alto indebitamento, la politica del deficit spending sia controproducente ai fini della crescita economica, perché il danno sui tassi d’interesse e sulla capacità di finanziarsi deprime qualsiasi sano sviluppo del prodotto interno lordo.

Infine, c’è la questione della sostenibilità, comprensibile con una elementare metafora che illustra come manovre “eccezionali” – per definizione – non possono divenire permanenti. A esempio, se si vuole dimagrire si può non mangiare. Non c’è dubbio che in breve tempo si dimagrisce, ma poi che succede? Se si continua a non mangiare si muore, magri quanto si vuole, ma si muore, dunque nessuno può promuoverla a politica permanente; piuttosto occorre perseguire un regime nutrizionale sostenibile capace – dopo la fase “una tantum” di dimagrimento – di mantenere stabile il normopeso ottenuto.

Analogamente il sistema economico deve perseguire un ritmo di sviluppo sostenibile nel tempo, senza divenire dipendente da droghe letali (tipo il deficit spending).

Anche perchè, ammesso e non concesso, (specie in Italia, specie se in spesa corrente invece che in investimenti infrastrutturali) il deficit provochi un aumento del PIL in un dato anno, per la medesima logica, azzerando il deficit o anche solo riducendolo rispetto al precedente si provocherà poi un decremento del PIL. Allora c’è una contraddizione palese nel programmare simile diminuzione di deficit negli anni successivi, pretendendo che non siano controproducenti per la crescita.

Insomma se la teoria che ci vuole più deficit per avere più crescita è vera, allora è vero anche il suo contrario. Oppure non è vera, specie quando diviene permanente, e allora è masochismo puro mettersi nelle mani dei creditori. ‘Tertium non datur’.

La triste realtà quindi è che affidandosi a questa ricetta obsoleta i politici manterranno sempre il deficit, con l’inevitabile accumulo dello stock di debito dato dalla sommatoria dei disavanzi annuali. Un macigno insostenibile, a lungo andare, a meno di non ricorrere alla più iniqua ed occulta delle tassazioni: l’iperinflazione di una moneta in svalutazione continua, come storicamente avvenuto numerose volte. Ed è sempre finita male per il popolo.