L’Australia potrebbe conoscere la prima recessione dopo 20 anni

25 Gennaio 2012, di Redazione Wall Street Italia

New York – I fondamentali di un’economia finiscono sempre per imporsi, nell’area euro, come sul mercato immobiliare americano. Possono essere negati dalle autorita’ politiche o dai media, come avvenuto in Italia sotto l’ultimo governo Berlusconi, e persino ignorati per qualche tempo sui mercati.

Ma niente e’ piu’ rischioso e pericoloso di negare l’evidenza. Da inizio 2012 l’Australia ne offre la prova flagrante. Il paese ha attraversato la crisi finanziaria senza entrare in una fase di recessione e ha anzi enormente beneficiato dell’incremento dei prezzi delle materire prime, dell’ascesa della Cina e di tassi di interesse alti della sua valuta.

Va aggiunto poi che l’Australia e’ riuscita a ridurre il suo debito pubblico dopo lo scoppio della crisi. Ora tutto cio’ le si sta rivoltando contro e tali fattori positivi stanno sparendo via via uno dopo l’altro.

Cosi’, per la prima la volta dal 1991, l’Australia rischia di conoscere la recessione. I livelli di occupazione – ad esempio – sono diminuiti in dicembre, contrariamente alle aspettative. Certo, il tasso di disoccupazione e’ ancora relativamente basso se paragonato a quello dei paesi industrializzati, ma le nubi incominciano ad estendersi. Il 2011 e’ stato l’anno perggiore dal punto di vista del mercato del lavoro dai tempi della recessione di 20 anni prima, secondo il quotidiano The Australian.

La vulnerabilita’ del paese e’ legata agli eventi che stanno mettendo in crisi Cina ed Europa. Il valore degli immobili in Australia e’ volato in maniera insolita rispetto ad altri stati. L’incremento e’ stato superiore al 130% nell’arco di 20 anni se calcolato in termini reali.

L’afflusso di capitali internationali e l’immigrazione e’ stato enorme. Secondo il FMI un altro elemento passato finora in secondo piano, non dovrebbe invece essere sottovalutato: i tassi di cambio tra l’indice export e quello delle importazioni.

In Svizzera l’economista Ulrich Kohli aveva gia’ cercato di attirare l’attenzione su questo concetto nell’analizzare la crescita svizzera nei primi mesi degli anni 2000. Il migliroamento dei tassi di cambio in questione non modififica il Pil ma si traduce in un incremento della ricchezza di un paese.

Kohli e’ riuscito a dimostrare sebbene il Pil pro capite svizzero fosse diventato inferiore a quello dell’Irlanda, allo stesso tempo la ricchezza era di molto superiore. A posteriori sappiamo che il tecnico aveva avuto ragione.

La riduzione improvvisa e contemporanea dei tassi di cambio import-export, dei prezzi immobiliari e delle materie prime, in un contesto di rallentamento in Cina, rischiano di pesare sui fondamentali australiani.

Stano ai calcoli effettuati dal FMI nell’autunno dell’anno scorso, una riduzione permamente del 30% dei termini di scambio provochera’ un ribasso del 6% del Prodotto Interno Lordo.

Come se non bastasse, il dollaro australiano, una delle divise piu’ richieste dagli hedge fund, viene considerato sopravvalutato del 20%, secondo gli organi ufficiali nazionali. Ma tale stima non tiene conto di un eventuale shock in Europa o in Cina, e nemmeno dei suoi effetti secondari sui mercati finanziari.

Un fenomento che non farebbe che rafforzare il dollaro americano rispetto alle altre valute rivali. Inotlre, non e’ piu’ possibile di separare le sorti dell’Australia da quelle dell’Asia, come quelle della Cina, che e’ il suo primo partner commerciale (19% del totale).

I legami con il continente asiatico sono quadruplicati dal 1990, mentre raddoppiavano con il resto del mondo. Le esportazioni australiane verso l’Asia (energia e materie prime) rappresentano il doppio di quelle che vanno verso gli altri paesi del globo. Immobiliare, Cina, materie prime e crisi valutaria: un cocktail molto pericoloso che rischia di esplodere.