Jobs Act non risolverà problema precariato

26 Marzo 2014, di Redazione Wall Street Italia

ROMA (WSI) – Grandi erano le attese verso il Jobs Act annunciato da Matteo Renzi nella convinzione che fosse finalmente giunto il tempo delle scelte, doveva essere la svolta del contratto unico a tempo indeterminato, ma così non è stato.

Il Governo ha anzi approvato il suo esatto contrario con una sostanziale liberalizzazione del contratto di lavoro a termine che già oggi copre il 60 per cento degli avviamenti al lavoro. Nel breve periodo la misura è senza dubbio utile per riattivare il mercato del lavoro, tuttavia si pone in piena contraddizione, nel medio e lungo periodo, con la filosofia più volte annunciata di un Jobs Act a sostegno del lavoro di qualità e della lotta al precariato. Di fatto viene così svuotato l’articolo 18, su cui si sceglie ancora una volta di non intervenire direttamente.

Positiva invece la scelta di scommettere sull’apprendistato, quale canale privilegiato per l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro, anche se l’estrema semplificazione realizzata per decreto rischia ora di rivelarsi un boomerang con gravi danni per le imprese. Infatti, per analogia, si ripropone il noto caso dei contratti di formazione e lavoro, giudicati dall’Europa come aiuto di Stato (con obbligo per le aziende di restituire gli sgravi) perché privi di un robusto contenuto formativo pubblico.

Poche, in ogni caso, le misure da subito operative contenute nel decreto-legge oggetto di questo instant book. Il grosso dell’intervento di semplificazione del mercato del lavoro è rinviato a una legge delega, di cui non v’è ancora traccia, che dovrà essere incardinata in Parlamento con tutte le complicazioni e i tempi decisamente lunghi e incerti che questo comporta.

Col presente volume ADAPT University Press intende offrire agli operatori e agli addetti ai lavori un contributo di prima interpretazione alle disposizioni adottate dal Governo e anche, al tempo stesso, un punto di analisi indipendente in vista del dibattito parlamentare che dovrà accompagnare, con la conversione in legge del decreto, questo primo tassello di una più ampia e articolata riforma del mercato del lavoro, la quarta in quattro anni.

Il lavoro del gruppo di ricerca di ADAPT aiuta anche a comprendere perché queste riforme non funzionano e impongono al Legislatore continui quanto inutili correttivi. Il Ministro Poletti, forte delle sue convinzioni e certamente animato da genuino pragmatismo, ha perentoriamente affermato che “Se sono tutti insoddisfatti direi che ci abbiamo preso”. Sostenere – come già successo con la riforma del 2012 di Elsa Fornero – che la riforma è equilibrata perché, alla fine, scontenta tutti è indice di un grave limite.

Quello di ritenere che nei rapporti di lavoro le leggi e le regole possano funzionare anche senza il consenso degli attori che sono chiamati ad applicarle. Che la riforma non piaccia a molti e che sia condizionata da palesi contrasti con il diritto comunitario del lavoro e della concorrenza, non è allora un pregio, ma un grande limite di un intervento di stampo dirigistico che comprime il ruolo degli attori di un libero e responsabile sistema di relazioni industriali nella regolazione dei rapporti di lavoro a livello settoriale, territoriale e aziendale.

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