Il vero nemico dell’ISIS. L’unico, forse, in grado di distruggerlo

9 Marzo 2015, di Redazione Wall Street Italia

ROMA (WSI) – L’ISIS, il cosiddetto Stato Islamico che sta seminando terrore e distruzione ovunque, e che sta facendo anche molti proseliti tra occidentali che decidono di lasciarsi tutto alle spalle per entrare nelle sue file, sta mostrando le prime crepe. È quanto riporta il Washington Post, che rivela come quell’aura di invincibilità che ha finora ha avvolto il nome dell’organizzazione, si sta, seppur lentamente, oscurando.

Il quotidiano americano parla di dissenso e defezioni, di tensioni in aumento tra i combattenti stranieri e locali, di maggiori insuccessi nel riuscire a reclutare i cittadini locali, per fare fronte comune contro il mondo occidentale, nel nome di uno stato Islamico che diventa sempre più utopia, nonostante il terrore che serpeggia nel mondo occidentale.

Lina Khatib, direttore del Centro Medio Oriente Carnegie, a Beirut, sottolinea che la maggiore minaccia alla capacità di resistenza dell’Isis arrivi proprio dal suo interno, dal momento che le promesse grandiose di dar vita a un Califfato collidono con la realtà. “La vera sfida a cui fa fronte l’Isis in questo momento è più interna che esterna. Staimo assistendo di fatto al fallimento del punto centrale dell’ideologia dell’Isis, che è quella di unificare persone di origini differenti sotto il califfato. Ma non è quello che si sta verificando nella realtà, dal momento che i membri dell’Isis sono meno efficaci nel riuscire a governare e meno efficaci nelle operazioni militari”.

Un altro tallone d’Achille è rappresentato dalle frizioni tra i combattenti dell’Isis che vengono dall’estero e tra i locali; questi ultimi mostrano sempre più risentimento nei confronti degli stranieri, per il trattamento preferenziale di cui beneficiano, che includono stipendi più alti e condizioni di vita migliori. I combattenti stranieri spesso vivono nelle città, dove gli attacchi aerei della coalizione sono relativamente rari, mentre i militanti siriani sono spesso obbligati a difendere roccaforti rurali che sono più vulnerabili agli attacchi. E così frequenti sono gli episodi di ribellione, che allargano le crepe all’interno dell’organizzazione.

E ancora, ci sono segnali di jihadisti stranieri che si sentono disillusi e che desiderano tornare alla normalità delle loro vite precedenti. Alcuni attivisti delle province siriane di Deir al-Zour e Raqqa hanno riportato di diversi casi in cui gli stranieri hanno chiesto aiuto ai locali, affinché li aiutassero ad attraversare il confine verso la Turchia. Lo scorso mese sono stati rinvenuti i resti di 30-40 uomini, molti dei quali apparentemente asiatici, nella città di Tabqa; secondo il gruppo attivista “Raqqa is Being Slaughtered Silently“: è possibile che i resti fossero di alcuni combattenti jihadisti che sono stati sorpresi durante la fuga, e dunque uccisi.

Sempre più numerosi sono i casi in cui, stando all’Osservatorio siriano per i diritti umani con sede in Gran Bretagna, membri dell’Isis si uccidono tra di loro, o più precisamente uccidono chi non è più convinto di voler continuare a far parte di questa battaglia. Le esecuzioni pubbliche hanno avuto infatti ucciso nelle ultime settimane almeno 120 membri dello stesso Isis. Alcuni erano stati accusati di spionaggio, uno di fumo, ma diffuso è il sospetto che la maggior parte delle vittime fosse costituita da militanti che avevano cercato di fuggire.

A ciò, si unisce il fatto che l’ISIS sta faticando a mantenere le conquiste. L’organizzazione sta combattendo contro diverse offensive su tre fronti almeno; gli attacchi vengono sferrati infatti dai curdi nel nord della Siria; dai curdi nel nord dell’Iraq; e da una forza combinata di soldati iracheni e di milizie sciite che stanno avanzando nella città di Tikrit. Certo, i combattenti dell’Isis stanno conquistando aree delle province siriane di Homs e Damasco, ma non si può parlare di conquiste spettacolari come quelle dello scorso anno. Le maggiori sconfitte vengono subite nelle aree non sunnite, come quelle curde nell’area di Kobane o nella provincia di Diyala nell’est dell’Iraq, dove lo Stato islamico non trova alleati nella popolazione locale.

Aumentano inoltre le pressioni per convincere i siriani ad andare al fronte e combattere in Iraq, con offerte di $800 al mese, stando a quanto riporta Ahmed Mhidi, arrivato in Turchia due settimane fa dalla città siriana di Deir al- Zour, e che sta creando un gruppo di opposizione chiamato DZGraph.

Ma sono sempre più i siriani che non accettano le offerte. Ahmed racconta che lo “Stato islamico non è stato mai popolare, ma la gente lo ha sostenuto perchè aveva paura o aveva bisogno di soldi. Ora molti non vogliono avere niente a che fare con loro, e se lo Stato Islamico fa pressioni su di loro, semplicemente, fuggono”.

Vero nemico ISIS è da ricercare al suo interno

Kathib, del centro Carnegie del Medio oriente, sottolinea che l’Isis, “alla fine, attrae solo persone che sono ai margini della società, che non hanno molta istruzione e competenze utili. E ciò non sta contribuendo ad aumentare la loro capacità militare”. Insomma: il vero nemico dell’Isis probabilmente è lo stesso Isis.

Parla delle difficoltà dell’Isis anche il sito Hescaton, nell’articolo Elezioni Israele 17 marzo: guerra all’Iran imminente?.

“L’Isis è in difficoltà in Iraq, a causa dell’intervento quasi diretto dell’Iran. Senza fare ipotesi complottiste (che abbiamo già fatto in altri nostri articoli) la sconfitta di Isis in quella zona vuol dire la vittoria e l’espansione della zona di influenza iraniana e probabilmente per il governo israeliano è più gestibile il Califfato, rispetto all’imponente potenza militare ed economica iraniana”.

E ancora, nell’affrontare uno scenario di un attacco di Israele contro l’Iran: “Una guerra con l’Iran sicuramente non sarà una passeggiata. Teheran ha un potenza militare tra le prime al mondo ed inoltre Israele subirebbe all’istante la rappresaglia degli Hezbollah libanesi. Gli USA, con guida Obama, probabilmente non interverranno direttamente, un po’ come in Ucraina. A nostro avviso, la nuova politica statunitense è quella di far combattere gli alleati. Interessante sarà vedere la reazione degli altri paesi islamici ad un intervento israeliano contro l’Iran. Paesi potenzialmente ostili a questo intervento potrebbero essere l’Egitto in primis e forse anche Giordania ed Emirati Arabi Uniti, che sono alleati dell’Iran nella lotta all’Isis. Noi continueremo a monitorare questa situazione alla luce delle imminenti elezioni del 17 marzo. La situazione nell’aerea medio-orientale che è già bollente, presto potrebbe diventare incandescente”.

“Le conseguenze di un attacco massiccio all’Iran potrebbero essere molteplici: sicuramente l’inizio di una guerra di ampia portata tra i due paesi che potrebbe coinvolgerne anche altri e soprattutto la possibilità per l’Isis di riprendere fiato e di dilagare contro siriani ed iracheni sciiti orfani del loro principale supporto e che probabilmente rischierebbero anche di essere bombardati dai caccia israeliani. (Del resto Israele ha già colpito in passato il regime di Damasco). Si verificasse questo, le insegne nere dello Stato Islamico potrebbero vedersi anche a Damasco e a Baghdad. E parlare di Terza Guerra Mondiale non sarebbe più soltanto una nostra ipotesi storica ma sarebbe cronaca reale”.

“A livello economico, potremmo vedere schizzare verso l’alto il prezzo del petrolio dopo i recenti pesanti ribassi. Questo potrebbe creare un mix recessivo mondiale esplosivo cioè deflazione globale da rivalutazione del dollaro (che finora è stata mitigata dal crollo del greggio) e prezzo del petrolio alto per motivi geopolitici ( guerra all’Iran, Iraq e Libia, collasso Venezuela e Nigeria) che renderebbe la seconda parte del 2015 il periodo più grave dall’ultimo conflitto mondiale”.